“L’anima mia gioisce nel Signore. Rinascere nella speranza con Maria”. Messaggio del Vescovo all’inizio dell’Anno Giubilare Mariano

L’anima mia gioisce nel Signore. Rinascere nella speranza con Maria

Messaggio all’inizio dell’Anno Giubilare Mariano

Carissimi,
seicento anni fa saliva sul Monte Berico una donna di nome Vincenza, con il fardello delle sue occupazioni quotidiane, appartenente alla semplicità e laboriosità del mondo rurale di quel tempo. In un giorno che si affacciava alla primavera ebbe l’incontro con un’altra donna che segnò la sua vita. Quella donna era Maria, la madre di Gesù, madre della Chiesa e sua immagine.

Su quel colle venne costruita una chiesa e venne collocata una statua. Questo luogo divenne meta per molta gente, soprattutto per persone bisognose di aiuto, consolazione, guarigione, perdono.

Qui veniamo accolti da una comunità di frati, i servi di Maria, che hanno ricevuto un dono dallo Spirito nell’accompagnare all’incontro con Maria e ripetere con lei: fate ciò che mio Figlio vi dirà (cf. Gv 2,5).

Nei tempi più difficili la città di Vicenza è salita a Monte Berico per chiedere aiuto a Colei che è piena di compassione quando viene meno la gioia di una vita buona. E molti uomini e donne, ragazzi e anziani, lungo i secoli fino ai nostri giorni, bussano alla porta del Santuario consegnando a Maria un nodo nel cuore, una sofferenza fisica o una relazione affettiva fallita. È qui che, nel silenzio, inizia un cammino di rinascita: confessando al Padre le proprie miserie, nutrendosi del Corpo Santo del Signore, per aprirsi a un tempo nuovo di vita. L’incontro con Maria ha trasformato tanti cuori tristi e cupi, riempiendoli di consolazione e speranza.

Il nostro territorio e le nostre città vivono un tempo segnato da solitudini degli anziani, povertà familiari, ferite adolescenziali e giovanili, falde acquifere inquinate dai Pfas, ridotta qualità dell’aria, sofferenza demografica ed emergenza abitativa. Le comunità cristiane patiscono una crisi acuita dopo la pandemia: la fatica maggiore è la difficoltà di annunciare il Vangelo, accompagnando le nuove generazioni all’incontro con Cristo mediante comunità attrattive, soprattutto nel giorno del Signore.

Torniamo a Monte Berico per innalzare lo sguardo dalla complessità del presente e invocare l’aiuto di Colei che non ci estranea dalle vicende del mondo, ma ci insegna ad abitarlo con cuore rinnovato.

Maria è “donna alla quale è stato affidato il discepolo amato”, “beata perché ha creduto” ed è “sposa e madre feconda”.

 

  1. Donna affidata al discepolo amato

Nel quarto Vangelo si narra che Gesù, prima di morire, dalla croce si rivolge a Maria sua madre e al discepolo amato, instaurando una nuova reciprocità tra femminile e maschile: “Donna, ecco tuo figlio!” e “Ecco tua madre!”, concludendo: “E dal quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (19,26-27).

Nella molteplicità di significati di questa consegna vi è anche l’affermazione della necessaria reciprocità del femminile con il maschile.

Ancora San Paolo VI riconosceva che talvolta “è difficile inquadrare l’immagine della Vergine… nelle condizioni di vita della società contemporanea” (Marialis cultus, 34). E invitava a tornare alle Scritture per scoprire una Maria diversa da concezioni antropologiche stereotipate e più corrispondente alle aspirazioni odierne. Egli afferma che “la donna contemporanea, desiderosa di partecipare con potere decisionale alle scelte della comunità, contemplerà con intima gioia Maria che, assunta al dialogo con Dio, dà il suo consenso attivo e responsabile non alla soluzione di un problema contingente, ma a quell’opera di secoli, come è stata giustamente chiamata l’incarnazione del Verbo”. E aggiunge: “si renderà conto che la scelta dello stato verginale da parte di Maria, che nel disegno di Dio la disponeva al mistero dell’Incarnazione, non fu atto di chiusura ad alcuno dei valori dello stato matrimoniale, ma costituì una scelta coraggiosa, compiuta per consacrarsi totalmente all’amore di Dio”. Così si potrà constatare “con lieta sorpresa che Maria di Nazaret, pur completamente abbandonata alla volontà del Signore, fu tutt’altro che donna passivamente remissiva o di una religiosità alienante, ma donna che non dubitò di proclamare che Dio è vindice degli umili e degli oppressi e rovescia dai loro troni i potenti del mondo (cfr Lc 1,51-53); e riconoscerà in Maria, che primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, una donna forte, che conobbe povertà e sofferenza, fuga ed esilio (cfr Mt 2,13-23): situazioni che non possono sfuggire all’attenzione di chi vuole assecondare con spirito evangelico le energie liberatrici dell’uomo e della società” (Marialis cultus, 37).

Un anno dedicato a Maria è un invito non solo a riconoscere la singolarità della sua esistenza nel disegno di salvezza: potrà anche aiutarci a riscoprire la ricchezza del mondo femminile e l’apporto originale dato da ciascuna donna nella famiglia, nella società e nella Chiesa. Nondimeno sollecita gli uomini a rielaborare la maschilità in forme nuove di reciprocità, non più competitive e men che meno oppressive o violente.

 

  1. Beata perché ha creduto

Perché Maria ci possa condurre a queste novità relazionali, va accolta con lo stesso atteggiamento di Elisabetta, che scorge una certa distanza tra lei, anziana e sterile – raggiunta dall’imprevedibile sorpresa di avere un figlio – e Maria, che giovane accoglie prontamente l’inaudito intervento di Dio. Elisabetta se ne esce con questa espressione: “Beata te che hai creduto nell’adempimento delle parole del Signore!” (Lc 1,45). Non è un complimento devoto, né un elogio astratto: è la rivelazione del segreto di Maria, che sta tutto qui, nel suo credere.

Credere, nella Scrittura, non significa semplicemente “pensare che Dio esista”, ma affidarsi: mettere la propria vita nelle mani del Signore, anche quando non si vede ancora il compimento, anche quando il futuro appare opaco. Maria, davanti alla parola dell’angelo, non recita una formula; attraversa una domanda reale – “Come avverrà questo?” (Lc 1,34) – e poi si consegna nella libertà: “Eccomi… avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). La fede, in lei, non è fuga dalla storia: è l’atto più concreto per abitare la storia con un cuore nuovo.

Questo è decisivo per noi oggi. Molti portano nel cuore il peso di un lavoro incerto, di legami familiari sfilacciati, di un lutto che non smette di far male, di un figlio o una figlia che si chiude nel silenzio, di una casa che manca o che non si riesce più a sostenere. Altri provano un senso di impotenza davanti alle ferite del territorio: l’acqua, l’aria, le risorse comuni, come se la bellezza fosse diventata fragile e continuamente minacciata. E le comunità cristiane, a volte, sperimentano scoraggiamento e stanchezza, come se annunciare il Vangelo fosse diventato un compito sproporzionato rispetto alle forze.

In questo contesto, la beatitudine di Maria si fa via di rinascita nella speranza. Se è “beata perché ha creduto”, allora anche noi possiamo diventare beati – non perché tutto va bene, ma perché impariamo a leggere la vita con gli occhi di Dio. La fede non elimina le prove: le attraversa. Non risolve tutto in un istante: apre un cammino. È una luce che accompagna.

Ecco perché, nell’Anno Giubilare Mariano, salire a Monte Berico può diventare un atto profetico: scegliere di mettere al centro ciò che davvero regge la vita, la Parola di Dio accolta, custodita, condivisa. Maria è la donna dell’ascolto e della memoria: “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Dove i ritmi della vita ci rendono frettolosi e reattivi, lei ci educa alla profondità. Dove siamo tentati di cedere al lamento sterile, lei ci insegna la preghiera che diventa canto: il Magnificat. È una splendida preghiera nella quale si proclama che Dio non è indifferente alla storia degli umili (cf. Lc 1,46-55). Così Maria ci restituisce una speranza concreta: non ottimismo ingenuo, ma fiducia operosa.

Per questo invito ogni comunità, ogni famiglia, ogni giovane e anziano, a fare di questo anno un tempo nel quale fare memoria del tanto bene che ha ricevuto da Colui che è degno di fiducia. E così ritrovare la fede che si alimenta nella riconciliazione con il Padre, nell’Eucaristia, nella preghiera semplice e perseverante; fede che diventa carità e responsabilità; fede che accende, nelle parrocchie e nelle unità pastorali, percorsi capaci di accompagnare i piccoli e le nuove generazioni all’incontro con Cristo, nel giorno del Signore e nella vita quotidiana.

  

  1. Madre feconda

Maria, donna affidata al discepolo amato e beata perché credente, si rivela così anche madre feconda. La sua maternità non è solo un fatto biologico legato alla nascita di Gesù: è una missione che si allarga, si dilata, e diventa una presenza per la Chiesa e per il mondo. Ai piedi della croce, nel momento in cui tutto sembra finire, Gesù consegna Maria al discepolo e il discepolo a Maria: nasce una casa nuova, un legame nuovo, una famiglia nuova. La fecondità di Maria si manifesta proprio quando la speranza sembra spegnersi: è lì che rinasce.

Feconda è una madre che genera vita, non che trattiene. Feconda è una madre che aiuta a crescere fino alla piena maturità. Feconda è una madre che fa spazio, perché l’altro diventi ciò che è chiamato a essere. In questo senso, Maria è figura di una Chiesa che non si ripiega su se stessa, ma che, accogliendo la Parola di Dio, genera: genera alla fede, genera alla fraternità, genera al servizio, genera alla gioia. È il contrario di ogni sterile autosufficienza: è la logica del Vangelo, che fa nascere il nuovo da ciò che viene donato.

E qui tocchiamo una parola importante per il nostro tempo: fecondità non significa soltanto “fare”, moltiplicare attività, riempire agende. La fecondità evangelica è prima di tutto una qualità del cuore e delle relazioni: è la capacità di far fiorire la vita dell’altro, di creare legami buoni, di custodire i più fragili, di ricominciare dopo le cadute.

Un territorio ferito e parrocchie in crisi hanno bisogno di questa fecondità: non solo di analisi e organizzazioni, ma di alleanze educative, pastorali e sociali. Anche il creato attende una maternità così: uno stile che non sfrutta e consuma, ma custodisce e rigenera. Ne sono un segno le “Mamme no Pfas” che hanno preso la decisione di non scaricare sui figli il prezzo delle nostre distrazioni.

Inoltre, la fecondità di Maria illumina una speranza specifica per le nostre comunità cristiane: la generazione alla fede. In un tempo di calo demografico e di fatica educativa, Maria ci ricorda che Dio continua a chiamare, a suscitare vita, a seminare futuro. Lo testimoniano giovani e adulti che prendono decisioni audaci in questo nostro tempo: scelgono di confermare il loro amore nel matrimonio, accolgono la chiamata a mettersi a servizio delle comunità come diaconi o presbiteri, testimoniano la santità attratti da una famiglia religiosa.

La domanda allora non è solo: “Come fermare la diminuzione?”, ma: “Come diventare comunità capaci di generare?”. Generare significa accogliere le persone per nome, creare spazi di ascolto e condivisione, offrire cammini accompagnando con pazienza, proporre il Vangelo senza paura e senza durezza, ponendo al centro Cristo e non le nostre abitudini.

Generare significa anche fare strada con chi è ferito: chi vive separazioni, chi porta dipendenze, chi attraversa fragilità psicologiche, chi si sente lontano o giudicato. Maria a Monte Berico, che tanti raggiungono con un nodo nel cuore, ci offre il suo stile: tenerezza e verità, misericordia e responsabilità.

Carissimi, saliamo a Monte Berico non per cercare scorciatoie, ma per imparare la strada. Maria non trattiene su di sé: indica Gesù. Come a Cana, anche oggi ripete: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5). E ciò che il Figlio ci dice, nel cuore della Chiesa, è semplice e radicale: ascoltate la Parola, tornate al Padre, spezzate il pane, amatevi gli uni gli altri, non lasciate soli i piccoli e gli anziani, non rassegnatevi al male, custodite la speranza.

Affidiamo dunque a Maria questo anno di grazia. Lei, donna della reciprocità, ci ottenga relazioni pacificate e rispettose. Lei, beata perché credente, ci sostenga nelle prove e ci renda saldi nella fiducia. Lei, madre feconda, generi in noi un cuore nuovo e comunità capaci di futuro.

Con la benedizione del Signore e l’intercessione della Madonna di Monte Berico, camminiamo insieme: rinascere nella speranza con Maria, perché “l’anima nostra gioisca nel Signore”.

Supplica alla Madonna di Monte Berico

O Maria, Madre di Dio e Madre nostra,

che dal Monte Berico vegli sulla nostra città,

ti benediciamo per la tua presenza che consola

e per le grazie che continuamente doni

a chi si affida al tuo cuore.

Accoglici sotto il tuo manto,

rifugio di pace e di tenerezza.

Custodisci le nostre famiglie,

le nostre parrocchie e il mondo intero

da ogni male e da ogni peccato.

Rendici, o Madre,

seminatori di pace e di speranza,

e quando verrà la sera della vita,

accoglici nella luce del tuo Figlio,

per lodarti e ringraziarti per sempre.

Amen.

Vicenza, 8 febbraio 2026

Giuliano vostro vescovo