Il vescovo Giuliano nella Messa di Pasqua: “In Gesù risorto Dio non aggiunge semplicemente qualcosa alla vita, ma la ricompone”
Omelia per la Messa del giorno di Pasqua
Cattedrale, 5 aprile 2026
Letture: At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9
Fratelli e sorelle,
il Vangelo di Pasqua non ci introduce anzitutto in una evidenza, ma in una domanda. Non ci mette subito davanti a una spiegazione, ma davanti a un segno: il sepolcro aperto. Non comincia con una comoda verità, ma con il turbamento di Maria di Magdala, con la corsa affannosa dei discepoli, con il loro vedere segni ancora oscuri, che tuttavia preparano il cuore a credere.
La Pasqua entra così nella vita concreta degli uomini e delle donne: non cancellando d’un colpo le ferite, non evitando il peso del dolore, o risparmiando il travaglio delle domande, ma aprendovi dentro un varco di luce. Un inizio inatteso. Una possibilità nuova.
Maria di Magdala porta al sepolcro tutto il suo dolore. Va là dove pensa di trovare almeno un corpo da piangere, una tomba presso cui sostare. E invece trova una pietra tolta, un’assenza ancora più inquietante, un vuoto che la disorienta. E si domanda: che cosa è accaduto? Chi ha aperto il sepolcro? Dove hanno portato il corpo del Signore?
Sono domande povere, ferite, tuttavia sono domande importanti, perché vere. Domande nate da un amore reale. Domande che non chiudono il cuore, ma lo tengono aperto. Domande che mettono in cammino.
Anche Pietro e il discepolo amato giungono alla tomba con domande nel cuore. Vedono i teli, vedono il sudario ripiegato in un luogo a parte. Vedono dei segni. Non hanno ancora compreso tutto, ma proprio quei segni li aprono all’inaudito. Il Vangelo dice con grande semplicità che il discepolo amato vide e credette. Non aveva ancora tutte le risposte, ma il suo cuore fu raggiunto da una luce sufficiente per affidarsi al mistero.
Fratelli e sorelle, quanto sono importanti le nostre domande. Guai a una fede che pretendesse di nascere senza domande, senza ricerca, senza combattimento interiore. La Pasqua non umilia le domande dell’uomo; le assume e le conduce oltre. Il Risorto non spegne l’intelligenza e non addormenta il cuore: al contrario risveglia il cuore e la mente.
Questa notte, nella Veglia pasquale, dodici tra giovani e adulti hanno chiesto di ricevere il battesimo per diventare cristiani. È stata la loro prima Pasqua. Due italiani, quattro provenienti dal Ghana, due dalla Costa d’Avorio, due dal Camerun, due dal Perù. Le loro storie sono diverse, le loro lingue diverse, i loro cammini diversi. E tuttavia in tutti si è acceso lo stesso desiderio: entrare nella vita di Cristo, essere accolti nel suo Corpo che è la Chiesa, ricevere una speranza più forte della paura e della morte.
E allora ci possiamo domandare: che cosa li ha spinti? Da dove nasce, oggi, una simile domanda di fede? In un tempo come il nostro, segnato da tante incertezze, da minacce di guerra, da crisi che toccano i popoli e le famiglie, da un senso diffuso di precarietà? In un tempo in cui anche la Chiesa appare ferita, umiliata dai peccati dei suoi ministri, indebolita nelle sue forme comunitarie, affaticata nelle parrocchie, nelle associazioni, nei movimenti?
Che cosa li ha spinti? Forse il desiderio di rifugiarsi in un mondo parallelo? Forse il bisogno di proteggersi dalla durezza della storia?
No, fratelli e sorelle. Almeno per quanto ho potuto ascoltare accogliendo le loro domande, non è questo. Non una fuga dal mondo, ma un incontro capace di abitare il mondo. Non una evasione dalla storia, ma una presenza nuova dentro la storia. Non la ricerca di una consolazione artificiale, ma il tocco reale di una vita nuova riconciliata.
In ciascuno di loro ho potuto riconoscere una costante: ognuno è giunto a questa scelta perché ha incontrato qualcuno che gli ha fatto conoscere Gesù nella comunità cristiana. C’è stato un volto. C’è stata una parola. C’è stato un gesto di prossimità. C’è stata una comunità, talvolta piccola, forse fragile, ma capace di ascolto, di condivisione, di solidarietà. E, attraverso tutto questo, si è fatto strada qualcosa di molto intimo e profondo: come un desiderio di sentirsi chiamare per nome.
È sempre così il cristianesimo. Non nasce anzitutto da un’idea, da una dottrina studiata a tavolino, da una organizzazione perfetta. Nasce da un incontro. Da un incontro personale con il Signore Gesù, che normalmente passa attraverso la mediazione umile di un testimone e di una comunità.
Per questo la prima lettura ci ha fatto ascoltare le parole di Pietro: noi siamo testimoni. Non teorici della fede, non funzionari del sacro, non custodi di una memoria morta, ma testimoni del Vivente. Uomini e donne raggiunti da un avvenimento. Persone chedicono non solo: “abbiamo appreso qualcosa”, ma: “siamo stati visitati da Qualcuno”.
Ecco allora la domanda che oggi la Pasqua rivolge anche a noi: le nostre comunità rendono possibile questo incontro? Le nostre parrocchie, le nostre case, le nostre relazioni ecclesiali lasciano trasparire il volto di Gesù? Oppure talvolta lo nascondono? Il nostro modo di vivere suscita la domanda decisiva: “Perché fai questo? Perché ami così? Perché resti accanto? Perché perdoni? Perché servi?”.
Quando domandavano a Madre Teresa e alle sue sorelle perché raccoglievano i poveri moribondi dalle strade, perché toccavano con tanta delicatezza l’umanità più scartata, la risposta era: lo facciamo per Gesù. Strana questa risposta: non lo fate per le persone che incontrate? La loro risposta andava oltre.
Lo facciamo per Gesù. Cioè: lo facciamo perché Cristo è vivo. Perché è risorto. Perché continua ad attirare a sé il cuore dell’uomo. Perché Lui desidera il riscatto di ogni uomo e di ogni donna venuti al mondo.
E forse possiamo dire che proprio questo hanno intuito i nostri dodici fratelli e sorelle: che in Gesù risorto Dio non aggiunge semplicemente qualcosa alla vita, ma la ricompone. Raccoglie i pezzi dispersi. Riapre il futuro. Guarisce senza umiliare. Perdona senza confondere il bene e il male. Dona una appartenenza che non imprigiona, ma libera. E orienta l’esistenza verso l’eternità.
La Pasqua non elimina la crisi della Chiesa, ma le impedisce di diventare l’ultima parola. La Pasqua non elimina improvvisamente tutti i peccati dei cristiani, ma ci ricorda che l’opera di Dio è più grande. La Pasqua non risolve i conflitti del mondo, ma ci sottrae alla convinzione che il male sia sovrano e la pace è il dono da cercare, prima di tutto.
Anche i nuovi battezzati sono un segno pasquale. Ci ricordano che il Vangelo conserva ancora una forza di bellezza, di verità e di misericordia capace di toccare il cuore umano.
Cristo è risorto. Ed è risorto perché ogni uomo abbia una speranza. È risorto perché ogni ferita possa aprirsi alla luce. Cristo è risorto perché anche oggi qualcuno, ascoltando un testimone e incontrando una comunità, possa desiderare di appartenergli per sempre. Amen.