I 15 Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto, insieme ad una rappresentanza del gruppo di cappellani delle carceri, hanno incontrato oggi pomeriggio presso Villa Immacolata a Torreglia (Padova) i direttori dei 18 istituti carcerari del Triveneto (compresa anche la realtà minorile) guidati dalla dott.ssa Rosella Santoro, Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria di Veneto / Friuli Venezia Giulia / Trentino Alto Adige.
L’appuntamento, svoltosi su invito dei Vescovi e preparato dal gruppo triveneto dei cappellani, è stato pensato come un opportuno momento di reciproca e maggiore conoscenza, ascolto e dialogo per avviare – pur nella differenza dei compiti e delle competenze – una stabile e riconosciuta collaborazione e un tavolo comune di confronto nell’intento soprattutto di riuscire ad offrire alle persone ristrette un percorso adeguato e umanizzante di rieducazione e reinserimento nel tessuto sociale ed ecclesiale del territorio. “Questa è la prima volta di un incontro che poi vorremmo, anche con modalità diverse, ripetere con regolarità. Grazie per questo momento di condivisione. Ci sta a cuore la realtà del carcere come Vescovi – ha specificato il Presidente della CET e Patriarca di Venezia Francesco Moraglia – e certamente perché è un’opera di carità, ma soprattutto perché siamo cittadini. Le carceri, nelle loro forme differenti, sono un contesto importante della città. E da cittadini a cui sta a cuore la Costituzione vogliamo interloquire con voi per servire al meglio la realtà del carcere e la nostra società. Come Chiesa e come struttura penitenziaria, poi, la persona del cappellano, insieme alla cappellania, è una figura su cui investire per costruire e ricostruire qualcosa di importante; è una risorsa che può arrivare dove altri non ce la fanno. Dobbiamo creare una cultura dell’accoglienza nei confronti di chi ha sbagliato e del loro accompagnamento; la nostra società e anche le nostre parrocchie ne avrebbero grande giovamento”.
Nel corso dell’incontro è stata, innanzitutto, presentata l’attuale realtà delle “cappellanie” delle carceri che operano quotidianamente a servizio dei 18 istituti carcerari del Triveneto e si rivolgono non solo ai detenuti ma anche agli agenti della Polizia Penitenziaria, ai dirigenti e a tutto il personale di ogni struttura carceraria: 18 sacerdoti con la nomina ufficiale di “cappellani” più altri 25 sacerdoti volontari a collaborare con loro, 25 religiose stabilmente impegnati insieme a 11 diaconi e poi oltre 200 volontari “laici”. Gli ambiti di attività delle “cappellanie” sono molteplici: c’è la parte liturgico-pastorale (celebrazione della Messa – che registra un 15% di frequenza media -, catechesi, preparazione ai sacramenti, percorsi biblici, colloqui spirituali ecc.), l’aspetto di ascolto e dialogo in senso ampio (colloqui personali, accompagnamento nelle domanda di senso, dialogo interreligioso, mediazione tra lingue e culture diverse ecc.) e tutta l’attività di aiuto e sostegno concreto (contatti e collegamenti con le famiglie dei detenuti, ospitalità nei periodi di permesso, opportunità di reinserimento ecc.) nonché di sensibilizzazione del territorio (incontri nelle scuole, coinvolgimento di parrocchie e imprenditori per accoglienza e reinserimento lavorativo ecc.).
“La comunità ecclesiale – è stato sottolineato dal Vescovo delegato Carlo Maria Redaelli e dai rappresentanti dei cappellani – sente la realtà del carcere come parte integrante della propria missione. L’azione pastorale delle Diocesi nei confronti della popolazione carceraria ha nel Vangelo e poi nella Costituzione italiana i suoi valori fondanti. L’art. 27 della Carta costituzionale, in particolare, traduce in forma laica una convinzione profonda della Chiesa: ogni persona merita un’opportunità di riscatto. Perché la rieducazione sia autentica, deve collegarsi a possibilità concrete di reinserimento nella società. Lo stesso ordinamento penitenziario (legge 354/1975, art. 1) prevede che il trattamento tenda al reinserimento sociale anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno. Questo richiede al mondo ecclesiale di operare non solo dentro gli istituti, ma anche e soprattutto nel territorio. Nel Triveneto i detenuti sono circa 3.500, di cui 2.000 definitivi. Tra questi, un centinaio hanno un residuo di pena di un anno, altrettanti un fine pena entro 24 mesi, approssimativamente 500 entro tre anni. Circa 850 persone potrebbero usufruire di misure alternative a vario titolo. Accompagnare il reinserimento incide, inoltre, su due problemi strutturali: riduce il sovraffollamento (misure alternative come risorsa concreta) e abbatte la recidiva (chi è accompagnato rientra molto meno)”.
“Ogni cappellano – è stato precisato – è nominato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed è a pieno titolo parte dell’Istituto, non è un semplice volontario, né svolge un ruolo di supplenza. Sarebbe perciò importante che il suo ruolo fosse conosciuto e rispettato in tutti gli istituti, con la possibilità concreta di svolgere il proprio ministero in pienezza: celebrazioni, colloqui, accompagnamento spirituale, partecipazione alla vita dell’istituto. Allo stesso modo si ritiene importante che l’équipe della cappellania venga riconosciuta come realtà strutturata, che opera a servizio dell’istituto con competenza e continuità e non come presenza occasionale o estemporanea”.
I Vescovi e le Chiese del Triveneto riconoscono le fatiche ordinarie e le difficoltà strutturali (sovraffollamento, carenza di personale e risorse, problemi di spazi e sicurezza, incremento dei detenuti minori ecc.) in cui si trovano ad operare quanti hanno responsabilità e compiti specifici nell’amministrazione penitenziaria. Una più stretta conoscenza e positiva collaborazione – già esistente, peraltro, in parecchie strutture – con l’articolata realtà delle “cappellanie” potrà offrire preziose opportunità per affrontare e possibilmente migliorare alcune questioni problematiche che affliggono le carceri e, soprattutto, quanti vi operano e “vivono” quotidianamente. E un cammino condiviso può aiutare tutti ad agire per il bene comune e la giustizia.
Nel suo intervento il Provveditore regionale Rosella Santoro ha espresso innanzitutto la piacevole sorpresa di vivere un incontro così speciale ed unico tra Vescovi dell’intera area triveneta e la dirigenza penitenziaria: “Per me è la prima volta in assoluto. Auspico che ci siano altri incontri del genere, è stato un confronto molto costruttuivo. Il carcere è vissuto come una società nella società, ma non ha sempre l’attenzione che merita. Sappiamo però che il mondo ecclesiale è molto vicino al carcere, a volte considerato invece come un contesto poco sentito. All’interno del carcere noi dobbiamo lavorare affinché le persone recluse possano avere la possibilità di essere rieducate per reinserirsi nella società, come sancito dalla Costituzione”. Ha poi presentato la situazione carceraria del Triveneto, con le ultime novità sulle strutture esistenti e in via di realizzazione, che registra un continuo aumento, negli ultimi anni, della popolazione carceraria che supera attualmente le 4100 unità (52% stranieri) mentre il personale, carente come numero, conta su circa 2300 agenti di Polizia penitenziaria. “Siamo convinti – ha aggiunto – che la persona non è il suo reato e siamo impegnati ad aumentare offerta lavorativa interna e a cercare imprese che portino lavoro all’interno. Vogliamo evitare, infatti, che le persone detenute vivano nell’ozio. Oggi una criticità è data dal fatto che le carceri accolgono sempre più persone con disagio psichico e anche per loro dobbiamo cercare di trovare delle possibilità di trattamento. La sfida è questa: dare una seconda chance a tutte le persone perché ritrovino uno spazio all’interno nella società”.
Alberto Quagliotto (direttore della Casa circondariale di Treviso ma in precedenza impegnato anche in altre città e carceri dell’area triveneta), a nome anche degli altri direttori ha esplicitato il senso di gratitudine per ciò che le Chiesa locali fanno ed ha osservato che ci sono molti spazi “umani” da riempiere: “Attualmente sperimento che la povertà più grande non è quella materiale, delle magliette o del vestiario, ma una povertà morale e culturale. Siamo parte della società, ma qui forse vediamo e affrontiamo i problemi in anticipo e prima ancora che li veda la società. Un esempio? Il dialogo tra culture diverse. Siamo, anche da questo punto di vista, una risorsa”.
Davvero partecipato ed intenso il prolungato dialogo che si è poi aperto tra Vescovi e direttori delle carceri del Triveneto che ha toccato ed approfondito, con l’apporto delle esperienze e testimonianze personali dei presenti, molti dei temi sopra accennati.






