Omelia nella celebrazione esequiale don Gianni Baccega
San Giorgio in Brenta, 17 dicembre 2025
Letture: Lam. 3,17-26; Sal 129; Lc 12,35-40
Fratelli e sorelle,
affidiamo a Dio il nostro don Gianni, accompagnati da quei barlumi che ci sono stati offerti dalla Parola di Dio in questo crepuscolo del Natale. È una Parola che ci prende per mano per scendere nelle profondità del nostro essere e accogliere lo sguardo di Dio su ciò che stia vivendo.
“Sono rimasto lontano dalla pace… ma questo intendo richiamare nel mio cuore: le grazie del Signore non sono finite” (Lam 3). La prima lettura non nega lo smarrimento; lo attraversa e, senza forzare la ferita, vi deposita un seme: la fedeltà di Dio, che ricomincia “ogni mattina”. Il dolore non è l’ultima parola; l’ultima parola è la fedeltà di Dio che non si consuma.
Il Salmo ci mette sulle labbra una preghiera essenziale: “Dal profondo a te grido, Signore”. È la preghiera di chi non ha più appoggi, e proprio per questo ha finalmente un appoggio vero: Dio. Il profondo non è soltanto l’abisso della morte; è anche il profondo della coscienza, dove si scopre che tutto ciò che abbiamo costruito, amato, servito, può stare solo dentro una Misericordia più grande di noi.
E poi il Vangelo: “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese” (Lc 12). La sapienza evangelica ci sorprende: non ci dice di indovinare il giorno e l’ora, ma di vivere in un modo tale che qualunque giorno e ora possano diventare incontro. La vigilanza cristiana non è ansia; è amore che resta sveglio.
Dentro queste tre parole – fedeltà, misericordia, vigilanza – possiamo raccogliere la vita di don Gianni Baccega. Nato a Fontaniva il 6 marzo 1935, ordinato presbitero a Vicenza il 24 giugno 1962: una vita lunga, attraversata da molte stagioni e da molte comunità. Vicario a S. Maria in Marostica e a Giavenale; parroco a Gazzo Padovano, Gambugliano, Villanova, Staro, nell’Unità pastorale “S. Bertilla” di Brendola, a Castello di S. Giovanni Ilarione, e infine a S. Antonio del Pasubio, dove continuò a servire come amministratore parrocchiale fino al 2012. Gli ultimi anni li ha trascorsi a Crespano del Grappa e nelle ultime settimane presso la Comunità del Novello. In ciascun luogo non ha “occupato” un incarico: ha consumato un dono.
Ma oggi non siamo qui per fare un elenco. Siamo qui per riconoscere un filo: ciò che ha tenuto insieme le tappe è stata una scelta interiore, fatta di continue scoperte spirituali anche a partire da situazioni dolorose. Nel suo testamento spirituale, don Gianni mette all’inizio una frase che è come una lampada accesa: “Quello che vuoi Tu lo voglio anch’io”. Non per rassegnazione bensì per un atto di libertà. Quella che nasce dalla fiducia accordata ad una promessa.
Questa consegna, lui stesso lo dice, è stata accompagnata dalla spiritualità di Chiara Lubich. E ne ha ricevuto una parola semplice e abissale: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”; e aggiunge con disarmante verità di non riuscirci, affidando allora a Maria questo compito di educarlo alla mitezza e all’umiltà.
Ecco una sapienza grande: non costruirsi un’immagine, ma lasciarsi plasmare. La mitezza non è debolezza; è potenza disarmata. È il contrario della durezza che ferisce, il contrario dell’orgoglio che separa.
Se guardiamo la sua vita sacerdotale, si comprende anche un altro tratto: la vigilanza evangelica, quella delle lampade accese, per lui non è stata teoria. È stata Eucaristiacelebrata e contemplata, è stato Vangelo vissuto, è stato: “Gesù in mezzo” quando i fratelli si amano. Racconta la gioia di sacerdoti che si incontravano per meditare e condividere esperienze di Parola vissuta, per cercare la presenza del Signore nell’amore reciproco. E con gratitudine riconosce che ciò che fioriva nelle comunità non era “opera sua”, ma frutto di Gesù Eucaristia, di Gesù Crocifisso e di Gesù presente tra persone che vivono il Vangelo.
Questa è sapienza: attribuire il bene alla sua sorgente. E forse è per questo che una frase diventava in don Gianni preghiera quotidiana: “Sei tu, Gesù, l’unico mio bene!”. In fondo, è la stessa verità di Lamentazioni: Mia parte è il Signore… per questo in lui spero.
E la speranza, nella Bibbia, non è ottimismo: è fedeltà provata. Don Gianni, nel suo testamento, parla anche di una stagione di grande sofferenza e umiliazione; e racconta come, nella preghiera, abbia riconosciuto in quella prova un modo misterioso di stare vicino a Gesù Abbandonato, rispondendo con il cuore al grido della croce e offrendo tutto “per il bene della Chiesa e per la salvezza delle anime”. Qui il Vangelo diventa carne: non una vita senza notti, ma una vita che non spegne la lampada nemmeno nella notte.
Fratelli e sorelle, questo è il punto che oggi ci consola e ci educa.
Oggi affidiamo don Gianni alla Misericordia, quella Misericordia che lui ha invocato, accolto e annunciato, quella che “non è finita” e che ogni mattina si rinnova.
E possiamo chiudere con l’immagine più tenera, che lui stesso lascia nel testamento confidando a Maria. “Quando sarà giunta la mia ora, verrai tu, Maria, a prendermi?”.
Noi crediamo che Maria, Madre dolcissima, lo abbia preso per mano. E vogliamo sperare che il Signore, che egli ha sempre cercato come “unico Bene”, gli abbia aperto la porta per accoglierlo nel suo regno.
Per noi che restiamo, ecco l’invito del Vangelo: tenere accesa la lampada. Cioè custodire l’essenziale: la preghiera semplice, la mitezza, l’umiltà, la fortezza nelle umiliazioni, la carità concreta, l’amore reciproco che rende presente Gesù in mezzo a noi.