Omelia del 23 dicembre con la Curia diocesana Chiesa Centro Onisto, 23 dicembre 2025

Omelia del 23 dicembre con la Curia diocesana

Chiesa Centro Onisto, 23 dicembre 2025

Letture: Ml 3,1-4.23-24; Sal 24; Lc 1,57-66

Carissimi fratelli e sorelle che condividete con me il servizio di presidenza nella carità di questa Chiesa vicentina, in questo tempo di auguri natalizi ci raccogliamo attorno all’Eucaristia, che è il luogo dove il Signore trasforma ciò che siamo e ciò che viviamo in offerta gradita al Padre. È bello che la Parola di oggi ci conduca proprio qui: al cuore del nostro servizio ecclesiale, perché non sia soltanto “lavoro”, ma culto; non soltanto efficienza, ma discernimento dello Spirito creatore; non soltanto organizzazione, ma Vangelo vissuto.

 

“Purificherà i figli di Levi”

Il profeta Malachia annuncia: «Ecco, io mando il mio messaggero… Egli purificherà i figli di Levi… perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia» (cfr Ml 3). Questa immagine è potente: i “figli di Levi” sono coloro che, in Israele, sono consacrati al servizio del culto, alla cura delle cose sante, all’ordine della casa di Dio. Non vivono per sé: vivono per rendere possibile l’incontro tra il popolo e il Signore.

È una parola che ci riguarda da vicino. Anche noi, ciascuno nel proprio compito, siamo chiamati a custodire spazi, tempi, decisioni, percorsi che permettono alla Chiesa di essere Chiesa: di evangelizzare, celebrare, educare, servire i poveri, sostenere le comunità. Eppure Malachia non dice anzitutto: “organizzerà meglio”; dice: “purificherà”.

Purificare non è umiliare. È liberare. È togliere le scorie che impediscono all’oro di brillare, che confondono l’intenzione, che piegano il servizio a interessi piccoli, che rendono opache le relazioni. Malachia conosce il rischio: si può stare “vicini” alle cose di Dio senza lasciarsi convertire da Dio. Si può maneggiare l’incenso e perdere il profumo della fede.

Il messaggero e il suo nome “difficile”

Il Vangelo ci presenta un’altra scena di purificazione, sorprendentemente concreta: la nascita del figlio di Zaccaria ed Elisabetta. Quel bambino è il “messaggero” che prepara le vie al Signore. Eppure, appena nasce, fatica a ricevere il suo nome vero.

I parenti, con buone ragioni umane, vorrebbero chiamarlo Zaccaria, come suo padre: continuità, tradizione, appartenenza, riconoscimento. Ma Dio non si limita a ripetere ciò che già c’è: Dio inaugura. E il nome che vuole è un altro: Giovanni.

Qui c’è una lezione sapienziale per noi. Anche nella vita ecclesiale, spesso, la prima tentazione è “chiamare le cose come abbiamo sempre fatto”: dare i nomi già pronti, usare le categorie ereditate, scegliere la via più prevedibile. Non perché siamo cattivi, ma perché abbiamo paura della novità di Dio. Ieri Papa Leone ha detto alla Curia romana qualcosa che fa bene anche alla nostra curia: «Abbiamo bisogno di una Curia [Romana] sempre più missionaria, dove le istituzioni, gli uffici e le mansioni siano pensati guardando alle grandi sfide ecclesiali, pastorali e sociali di oggi e non solo per garantire l’ordinaria amministrazione».

 “Giovanni” significa “Dio è misericordioso”, “grazia di Dio”, “dono del Signore”. È come se il cielo dicesse: prima ancora della predicazione nel deserto, prima ancora della voce che grida, c’è un annuncio scolpito nel nome: la storia si apre perché Dio è grazia. E se Dio è grazia, allora anche il nostro modo di servire la Chiesa dev’essere “secondo grazia”: non duro, non vendicativo, non sospettoso; ma limpido, paziente, capace di entrare in crisi e capace ricominciare.

Notate un dettaglio: quando finalmente quel bambino riceve il nome vero, la comunità “rimane piena di timore” e comincia a domandarsi: «Che sarà mai questo bambino?». Quando Dio riesce a dare il nome, nasce una domanda. Quando la grazia prende posto, rinasce lo stupore. E la Chiesa torna giovane.

L’anno giubilare come memoria di misericordia

Questa sottolineatura biblica ci permette di leggere anche ciò che abbiamo vissuto nell’anno giubilare: un grande dono. Un tempo in cui, ancora una volta, abbiamo incontrato il volto misericordioso di Dio; un tempo in cui abbiamo capito che la Chiesa non vive di meriti, ma di grazia; non di prestazioni, ma di perdono.

Sempre ieri, nel discorso alla Curia romana, Papa Leone XIV ha voluto ricordare Papa Francesco con parole che suonano come un testamento spirituale per tutta la Chiesa: «La sua voce profetica, il suo stile pastorale e il suo ricco magistero hanno segnato il cammino della Chiesa di questi anni, incoraggiandoci soprattutto a rimettere al centro la misericordia di Dio, a dare maggiore impulso all’evangelizzazione, ad essere Chiesa lieta e gioiosa, accogliente verso tutti, attenta ai più poveri».

“Misericordia al centro”. Se la misericordia è al centro, allora anche la purificazione di Malachia non è paura e neppure ascesi, bensì libertà e guarigione.

“Un’offerta di giustizia”: il nostro servizio come culto

Carissimi, cosa significa per noi, oggi, “offrire al Signore un’offerta di giustizia”?

Significa che il nostro servizio, anche quando è nascosto, anche quando è ripetitivo, anche quando è faticoso, può diventare Eucaristia vissuta. Se è giusto.

Giusto è ciò che è conforme a Dio. E Dio è misericordia. Dunque: un’offerta “di giustizia” è un lavoro fatto con rettitudine; una parola detta senza ferire; una pratica gestita senza favoritismi; una decisione presa senza secondi fini; un problema affrontato senza scaricare sugli altri; una correzione fatta senza umiliare; un “no” detto senza durezza e un “sì” accordato senza paura.

E soprattutto: un’offerta “di giustizia” è custodire la comunione. Perché la comunione non è un sentimento: è il dono misterico che ci costituisce comunità secondo il Vangelo. È il contrario delle mormorazioni, delle etichette, delle rivalità sottili. È scegliere ogni giorno di lavorare perché nella casa di Dio si respiri fiducia.

 

Natale: Dio si fida di noi

Infine, il Natale è l’abbassarsi di Dio fino a raggiungerci. Come scriveva Bonhoeffer, meditando sul mistero del Natale, «Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro. […] Dio ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto» (D. Bonhoeffer, Riconoscere Dio al centro della vita, Brescia 2004, 12).

L’augurio che ci scambiamo oggi è questo: il Signore ci conceda di provare l’ebbrezza della sua compassione. Così la Curia, nella sua quotidianità, potrà diventare un luogo dove si riconosce che “Dio è misericordioso”. Solo così potrà essere un aiuto alla profezia della nostra Chiesa: una Chiesa più lieta e gioiosa, più accogliente, più attenta ai poveri, più missionaria.Inizio modulo

+ vescovo Giuliano