Omelia per la celebrazione esequiale di don Antonio Veronese Timonchio, 9 gennaio 2026

Omelia per la celebrazione esequiale di don Antonio Veronese

Timonchio, 9 gennaio 2026

 Letture: 1Gv 4,11-18; Sal 71; Mc 6,45-52

Fratelli e sorelle,

ci raccogliamo oggi con il cuore colmo di gratitudine per la vita e il ministero di don Antonio Veronese e di dolore per il distacco. E tuttavia la Parola di Dio, oggi ci offre una luce mite, come quella che si accende accanto a chi amiamo quando attraversa la notte.

 

“Carissimi, amiamoci”: l’eredità più semplice e più alta

La prima lettera di Giovanni ci consegna un insegnamento esigente: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri”. E aggiunge il motivo: non perché siamo bravi, non perché la vita è andata liscia, ma perché Dio ci ha amati per primo.

La sapienza cristiana è spesso così: non comincia da ciò che noi sappiamo fare, ma da ciò che abbiamo ricevuto. Non parte dalla prestazione, ma dalla grazia. E in questa logica possiamo leggere tutta la vicenda di don Antonio: una vita sacerdotale lunga, attraversata anche da fragilità di salute, eppure tenuta insieme da questa realtà: restare dentro l’amore ricevuto, e lasciarlo diventare servizio.

E l’amore di Dio non è un fuoco d’artificio: è più simile alla brace sotto la cenere. Non fa rumore, ma scalda; non abbaglia, ma sostiene. Anche quando le forze calano, anche quando il corpo impone i suoi limiti, quella brace continua a vivere: basta un soffio di preghiera, basta un gesto semplice, e torna luce.

San Giovanni aggiunge: “Nell’amore non c’è timore… l’amore perfetto scaccia il timore”. Non significa che non ci siano paure; significa che l’amore è più forte delle paure. E forse questa è una delle lezioni più profonde che un sacerdote può lasciare: non l’assenza di fragilità, ma la fedeltà dentro la fragilità.

“Tu sei la mia speranza fin dalla giovinezza”: una vita consegnata, stagione dopo stagione

Il Salmo 71 fa parlare un uomo che guarda indietro e dice: “Sei tu la mia speranza, Signore, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza”. E poi: “Non respingermi nel tempo della vecchiaia, non abbandonarmi quando le forze declinano”.

Queste parole oggi suonano come una confidenza personale di don Antonio: “Il Signore non mi ha lasciato”. Dalla giovinezza dell’ordinazione (23 giugno 1963) ai primi anni come vicario cooperatore a Cavazzale, poi parroco a Vigardolo, poi ancora l’esperienza a Recoaro Terme, e quindi – per tanti anni – quel ministero più nascosto e quotidiano, da cappellano alla Casa “Mater Ecclesiae” di Molvena, e parroco di Villa di Molvena, fino al ritorno a “Mater Ecclesiae” come cappellano per un lungo tratto di vita.

C’è una sapienza che si impara non nei momenti eclatanti, ma nella ripetizione fedele: la Messa celebrata anche quando si è stanchi, la visita a un malato, una benedizione data con voce più debole, l’ascolto di chi è solo, la preghiera fatta quando le energie sono poche.

E qui il Salmo assomiglia davvero a un bastone da pellegrino: non toglie la strada, ma aiuta a percorrerla. Non promette giorni senza peso; promette una mano fedele. È la preghiera di chi ha camminato a lungo e, arrivato alla sera, non chiede di tornare giovane, ma chiede di non essere lasciato solo.

Negli ultimi anni, nella comunità presbiterale del “Novello” questa invocazione si è fatta essenziale. E proprio quando la vita si spoglia, la fede diventa più vera: non per eroismo, ma per abbandono.

“Coraggio, sono io”: la notte, il vento, e la presenza

Nel Vangelo di Marco i discepoli sono in barca, al buio, con il vento contrario. Gesù non è con loro nella barca. E arriva una scena quasi misteriosa: Gesù viene verso di loro camminando sulle acque e dice: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”.

Questa pagina è un grande specchio della vita: tutti prima o poi ci troviamo in una traversata con vento contrario. E non sempre Gesù appare immediatamente; sembra lontano, come se fosse “sul monte” mentre noi fatichiamo ai remi. Ma il Vangelo dice che Gesù vede la fatica dei suoi. E arriva.

La vita, a volte, è una barca che rema nel buio, e il vento sembra avere sempre ragione. Ma il Vangelo ci regala la scena più consolante: Gesù giunge. Arriva sulle acque come una presenza impossibile e dice: “Coraggio, sono io”.

Anche don Antonio ha conosciuto il vento contrario della salute, che ha orientato e talvolta limitato il suo servizio. Eppure non è stato un destino sterile: è diventato una via. Perché il Signore non toglie sempre il vento, ma entra nella barca. Il Vangelo dice infatti: “Salì con loro sulla barca e il vento cessò”. Quando Cristo entra, la tempesta non ha più l’ultima parola.

E qui possiamo comprendere anche la delicatezza del suo amore per la poesia, soprattutto negli anni maturi. C’è una sapienza dei poeti che è vicina alla fede: quando le parole ordinarie non bastano più, quando la vita ti spoglia, allora nasce un linguaggio più essenziale, fatto di immagini e di silenzi. La poesia, in fondo, è un modo di cercare la luce dentro la notte, di custodire il mistero senza pretendere di possederlo. E un sacerdote che scrive poesia spesso sta dicendo: “Signore, voglio continuare a benedire la vita anche quando è fragile”.

Una piccola raccolta di poesie dal titolo Rami di ulivo, pubblicata nel 2008, si conclude con il Dies natalis. In essa don Antonio si affaccia all’esperienza della morte con questi versi: Nello svanire dei giorni / ormai addosso all’uscio / dell’Oltre e dell’Altro / busso oppure non busso / a violare l’Ignoto? – In me un’acqua viva / mormora e non s’acqueta, / zampilla e nasce al Padre; /oltre la porta danza /dell’ultima mia sera, /dove un fiume immenso / d’immense luci vive / e si tinge l’atmosfera.

 

Maria, Madre della Chiesa – così cara nel nome stesso di “Mater Ecclesiae” – lo accompagni. E il Signore doni a lui riposo e pace, e a noi consolazione e speranza.

Amen.

+ vescovo Giuliano