Giubileo Mariano della Curia diocesana

Meditazioni di don Nicola Spinato

 GIUBILEO MARIANO DELLA CURIA DIOCESANA

 Monte Berico, Mercoledì Santo 1° aprile 2026

 

«Mostrati Madre»

meditazione di don Nicola Spinato

  

  1. L’archivio vivo della fede del Popolo di Dio

 

Carissimi, viviamo questa preghiera a Monte Berico nel cuore della Settimana Santa, alle soglie del Triduo Pasquale: il mistero radicale della nostra fede e della Chiesa stessa. Anche i fatti che hanno dato origine a questo Santuario sono legati, in maniera profonda, alla fede nel Dio che fa risorgere. Di quanto accadde qui agli inizi, seicento anni fa, abbiamo a disposizione una fonte preziosa, il Processus: un manoscritto originale – conservato nella Biblioteca Bertoliana di Vicenza – dell’inchiesta che venne istruita nel 1430-1431 nella nostra città, pochi anni dopo la mariofania, per accertare quanto riferito dalla presunta veggente, donna Vincenza.

Non è il luogo né il momento per entrare nelle questioni specialistiche relative a quello scritto. È un testo che, più volte copiato, stampato, tradotto in italiano, ha comunque segnato la storia della nostra Chiesa berica.

In esso si conserva una testimonianza viva delle origini di questo luogo. Vi sono raccolti nomi, parole, gesti, segni. Vi si sente l’impronta di una storia che è passata e continua a passare anche attraverso il dolore e la supplica, come testimoniano gli innumerevoli ex voto conservati in Basilica e nel Museo, offerti da singoli, famiglie e comunità, per nascite, guarigioni, eccetera.

Nella loro semplicità, talora ingenua, possiamo vedere in questi oggetti dei “decreti protocollati” dal Popolo di Dio credente e pellegrinante nella storia.

Questi segni votivi, insieme al Processus, appartengono infatti a un primo registro della memoria, costituiscono una sorta di archivio parallelo, non redatto da notai né custodito in cancellerie, ma inciso nella materia della vita vissuta. Si potrebbe dire che, accanto al registro ufficiale degli atti ecclesiastici, si è sviluppato nel tempo un registro affidato all’esperienza dei fedeli. È la fede dei piccoli, dei semplici, che prende parola nella forma di testimonianza, della supplica e del racconto. Del resto, la logica del Vangelo e lo stesso annuncio pasquale passano attraverso personaggi avulsi dalla grande storia, insignificanti celeberrimi come Maria di Magdala e Cleopa.

Se nei documenti ufficiali si può riconoscere il cammino storico della Chiesa, nelle testimonianze del Processus e negli ex voto si percepisce come quel cammino sia stato vissuto, talora faticosamente, dal Popolo di Dio. Vi affiora una fede concreta, fatta di corpi, paure, invocazioni, e gratitudine. Difatti, la dedicazione della prima chiesetta edificata qui fu proprio quello di «Santa Maria delle grazie».

Dentro questo orizzonte si colloca anche un dato che merita attenzione. Un aspetto da mettere in luce riguarda, infatti, il modo in cui gli eventi hanno preso forma nella storia: a interessarsi dei fatti accaduti su questo colle non fu, in origine, l’autorità ecclesiastica, ma quella civica. A quel tempo, il vescovo di Vicenza era un patrizio veneziano, Pietro Emiliani, che era spesso assente dalla sede diocesana, alla quale preferiva le proprie residenze.

Le comunità cristiane nel nostro territorio facevano i conti con il tramonto definitivo del sistema plurisecolare delle pievi rurali, al quale stava subentrando disordinatamente il sistema delle parrocchie, continuamente smembrate o rivisitate soprattutto nella logica dell’assegnazione dei benefici, concessi spesso a parroci nobili, non residenti.

Un quadro di incertezza che durò per circa due secoli, fino all’età tridentina – dalla quale noi stessi, tanto affannosamente, ci stiamo oggi congedando. Un’epoca in cui la Chiesa vicentina era pervasa dal disagio di un diffuso malessere e di larga decadenza, in cui tutto poteva sembrare perduto.

È questo il contesto in cui si colloca l’evento di Monte Berico, lontano dall’ufficialità, nel momento in cui il Signore decise di toccare la vita del popolo credente attraverso la Madre di Dio nella persona di Vincenza Pasini.

Proviamo a sostare su questo punto. Nel servizio che ciascuno di noi svolge, potrebbe emergere una situazione concreta che ci è ora affidata: una richiesta marginale, una voce periferica, qualcosa che può apparire irrilevante dentro il flusso delle nostre pratiche, soprattutto in un tempo segnato da fragilità, ridimensionamenti, fatiche della Chiesa locale.

Forse possiamo riconoscere che proprio lì può affiorare una fede reale, discreta, talvolta poco visibile, eppure capace di intercettare ciò che è essenziale. E chiediamoci, davanti al Signore: mentre siamo attenti a ciò che va organizzato, regolato, sostenuto in questa epoca di passaggio, dove sta passando la vita? Dove sta prendendo forma la fede del suo popolo?

 

  1. Una santità tra le zolle dei campi

 

Vincenza Pasini era una donna del tutto ordinaria, destinata – secondo ogni apparenza – a rimanere tra i tanti volti senza nome della storia. È una figura rara di donna laica sposata in un tempo in cui la memoria femminile si fissava quasi esclusivamente attorno a monache e regine.

Eppure, è lei la destinataria della mariofania berica, colta mentre portava «cibo, in un piccolo recipiente, a suo marito, che coltivava un campo o vigna nei dintorni» (Processus, Primo Miracolo).

Tra i rari casi analoghi si può ricordare Giannetta Varoli di Caravaggio, che incontrò la Vergine Maria mentre falciava l’erba del prato, nell’ora piena del mezzogiorno. Entrambe accolgono la presenza mistica della Madre di Dio non nell’elevazione del coro, nella perfezione del chiostro, ma nel pieno di un gesto quotidiano, mentre sono immerse nel consueto lavoro dei campi.

Per Vincenza ciò assume la forma di un gesto con cui si esercita la cura: portare il pranzo al marito che, ai primi di marzo, è al lavoro nella vigna, trattenuto tra i rami secchi da potare e i primi tralci da legare ai tutori.

Sono scene feriali, di lavoro umile, su cui forse potremmo riflettere a fondo riguardo alla santificazione della vita ordinaria e a quella che papa Francesco amava chiamare «la santità della porta accanto, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, la classe media della santità» (Gaudete et exsultate, n. 7).

In questo senso, possiamo rileggere il n. 14 dell’esortazione apostolica Gaudete et Exsultate sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo:

 

«Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati a essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali».

 

Lascio a voi le declinazioni di questo testo per la Curia diocesana, dove può trovare spazio, e forme riconoscibili, una “santità dell’ufficio accanto”.

Nel considerare la portata evangelica del messaggio di Monte Berico, la chiamata di santità accolta da Vincenza tra le zolle dei campi emerge come un punto determinante, capace di orientare lo sguardo e il discernimento.

 

III. La Madre del Figlio crocifisso

 

Nella testimonianza del Processus, la Vergine si presenta a Vincenza come Madre del Signore Gesù Cristo che ha accettato la morte di croce per la salvezza del genere umano (cfr. Primo Miracolo). Questo dato si inserisce con densità nello speciale tempo liturgico che stiamo attraversando.

Maria stessa, durante l’apparizione del 7 marzo 1426, tiene in mano una «croce di legno, che normalmente s’innalzava tra queste rocce» e con essa «disegnò la forma e il sito della chiesa da costruirsi, proprio nel posto ove attualmente è collocata. Conficcò poi nella terra la stessa croce, nel luogo ove è stato costruito l’altare maggiore della chiesa» (Primo Miracolo).

Questa scena si offre ai pellegrini che salgono al Monte già all’imbocco della salita, grazie al grande monumento commemorativo posto all’angolo tra via Avogadro e viale Risorgimento. All’arrivo, si ritrova poi la stessa scena nel bassorilievo di Orazio Marinali al di sopra del portale ovest della Basilica, all’esterno e, quindi, all’interno, affrescata in una delle arcate della navata di mezzo della chiesa tardo-gotica, a lato dell’altare della Madonna.

È una descrizione piuttosto singolare, che apparenta la storia di Monte Berico con quella del Santuario della Beata Vergine della Crocetta a Castello di Godego, in provincia e diocesi di Treviso, e pochi altri. Anche in quel luogo Maria apparve con una croce in mano, a un mandriano, seicento anni fa, il 2 luglio 1420, e con essa segnò il luogo dove far sorgere un Santuario.

La Madre del Figlio crocifisso, dunque, che tiene in mano una croce: Maria la sorregge come una memoria viva della Pasqua del Figlio, come un segno ormai entrato nella sua stessa figura, come forma visibile di quella compassione che l’ha condotta fin sotto il legno della croce e l’ha resa singolarmente partecipe, nel profondo, dell’opera di Salvezza di Cristo.

Del resto, la presenza di Maria presso la Croce è l’unico intervento della Madre di Dio attestato esplicitamente dalla Sacra Scrittura durante la Settimana Santa (Gv 19,25-27), ed è proprio sul Golgota che Ella riceve, dalla parola stessa del Signore crocifisso, la sua missione di maternità universale: «ecco tuo figlio», dice Gesù rivolto a Lei, «ecco tua madre», aggiunge affidandola al discepolo amato e, quindi, a tutto il Popolo di Dio.

In quel gesto di Maria – tenere tra le mani una croce di legno – si raccoglie una maternità che ha attraversato il dolore senza fuggirlo, lo ha custodito nella fede e ora lo offre come via aperta alla speranza. Con quella croce Ella delinea per terra il progetto per l’edificazione di un luogo di accoglienza, destinato a diventare spazio in cui le croci del popolo vengono raccolte per essere trasfigurate e introdotte in una dimensione di consolazione, di conforto e di speranza. Un Santuario in cui professare una fede che chiama alla vita anche ciò che giace nei sepolcri.

È in questa cornice che sboccia il cuore spirituale del Santuario di Monte Berico: la Vergine Maria apparsa non trattiene a sé i fedeli, ma li conduce fin da subito verso suo Figlio crocifisso, esprime la sua missione conformemente a quanto viene riferito di Lei nella Rivelazione evangelica. Questa manifestazione mariana reca in sé la memoria vibrante del mistero pasquale, di cui il monte riceve fin dall’inizio l’impronta.

La Madre del Figlio Crocifisso veglia, da allora, su questo colle.

Dopo la visione, Vincenza torna ogni giorno nel luogo esatto dove ha vissuto l’esperienza mistica. Il Processus la descrive in preghiera, dal mattino fino alla sera, inginocchiata davanti alla croce di legno che ora è infissa nel terreno, tra candele accese (cfr. Quinto Miracolo).

Ancor prima della costruzione del Santuario e della realizzazione artistica della famosa scultura che tutti noi amiamo, su questo monte c’è una povera croce piantata tra le rocce, divenuta polo di attrazione per il popolo che cerca una via al Cielo.

Vincenza narra anche di udire voci soavi che cantano la lode di Dio e le sue grandezze, come se si trovasse già nella futura chiesa abitata dal culto. Il monte comincia così a raccogliere la lode, diventa spazio di invocazione e il popolo inizia a salire: sale nella prova e nella paura, sale portando la ferita della peste. La devozione cresce, le processioni si moltiplicano, la preghiera prende corpo nella storia della città: esperienze che trasformano il monte anonimo in uno dei luoghi più amati dalla fede del popolo vicentino, un Calvario di speranza dove «noi ora giustamente adoriamo e veneriamo nella stessa chiesa quella croce, come sacra e meravigliosa» (Processus, Quinto Miracolo).

L’importante Crocifisso ligneo, della prima metà del Quattrocento, che possiamo venerare all’ingresso della Penitenzieria, con ogni probabilità fregiava in origine proprio l’omonima cappella della chiesa primitiva.

 

  1. La Madre e Regina della Misericordia

 

Vincenza, lo sappiamo, non venne creduta subito, e per arrivare alla costruzione della chiesa sul monte fu necessaria una seconda apparizione, avvenuta il 1° agosto 1428. Il Processus testimonia che «la Vergine apparve nuovamente per la sua infinita misericordia alla stessa donna e le affidò il solito messaggio» (Quinto Miracolo). A questo punto interviene un ulteriore elemento che è determinante nel messaggio spirituale del Santuario di Monte Berico, un punto su cui il manoscritto insiste molto.

Colei che si manifesta a Vincenza è, infatti, «la gloriosissima Vergine, Madre di Dio e fonte di misericordia, [che] si mostrò compassionevole verso queste sofferenze [del] popolo vicentino» (Primo Miracolo). Tutto il bene che inizia a manifestarsi in questo luogo benedetto accade «per opera e volontà di quella Regina dei cieli, Madre di Dio e di misericordia» (Processus, Decimo Primo Miracolo).

Questa parola appartiene profondamente a Monte Berico, dove la divina misericordia è stata riconosciuta come presenza materna e per questo viene cercata e implorata instancabilmente, fino ad oggi. La Madre del Crocifisso ci prende per mano e ci conduce presso la Croce del Figlio. È da lì che sgorga la misericordia che la Chiesa annuncia, celebra e ancora osa domandare, con fiducia. Guardiamo con gli occhi della fede all’itinerario spirituale che questo Santuario ci consente di fare, insieme con Maria, che è la Madre della Misericordia incarnata, Gesù stesso.

Nella bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia del 2016, papa Francesco lo ha espresso con una frase di notevole profondità: «la vita di Maria fu tutta intera modellata dalla presenza della misericordia incarnata»; il testo latino consacra questa frase in una forma plastica: «omnia in vita eius ficta sunt praesentia misericordiae carnis factae» (Misericordiae vultus, n. 24).

È dunque comprensibile che, quando la comunità berica si trovò a dover dare un volto alla Madre di Dio per il nuovo tempio di Monte Berico, la scelta ricadesse su un modello iconografico già noto e condiviso, pertinente a questo messaggio. Si tratta della Madonna della Misericordia con il manto aperto che accoglie vari fedeli che, sotto la sua protezione, cercano rifugio.

Il culto di Maria Madre della Misericordia era già presente a Vicenza, da circa 150 anni, in correlazione a realtà caritative di assistenza ospedaliera per i poveri, gli infermi e i pellegrini, curati da confraternite laicali come quella dei Battuti. È in uno di tali ospizi che fece il suo ingresso nella diocesi di Vicenza, per la prima volta, nel 1412, l’iconografia della Madonna del manto, per volontà testamentaria del cavaliere Giampietro Proti. È alla tavola e alla scultura di Maria realizzati per l’oratorio Proti, tuttora esistenti, che si ispirò, vent’anni dopo, la magnifica effigie scultorea di Monte Berico.

Le antiche litanie alla Madonna di Monte Berico, scoperte in un manoscritto del XV secolo – anch’esso conservato alla Biblioteca Bertoliana, un testo estremamente interessante –, invocano la Madre della Misericordia come «unico rifugio della città di Vicenza».

Ai suoi piedi anche noi ci raccogliamo, per essere accolti sotto al suo manto con le nostre povertà, per essere portati con Lei alla fonte della misericordia, fatta carne nel suo grembo, il Signore Gesù.

 

Conclusione

 

Contempliamo il mistero della maternità misericordiosa ed ecclesiale di Maria già in questo luogo, raccolti nella Penitenzieria del Santuario, vicino alla Madonna del Magnificat dipinta da Battista da Vicenza: un’opera commovente che è stata nascosta sotto a uno strato di intonaco per quattro secoli.

La Vergine Maria, nel grande cantico a Lei attribuito nel Vangelo secondo Luca, appare già pienamente come la Donna della Settimana Santa, che confida nell’azione efficace di Dio anche quando la storia si fa buia:

 

«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi

nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili» (Lc 1,49-52).

 

Nell’affresco Maria è seduta, visibilmente incinta, con un libro aperto sulle ginocchia che mostra, a chiare lettere, l’incipit del Magnificat. L’icona, posta accanto al luogo della Riconciliazione, pare rivolgere ai fedeli un’indicazione precisa: ascoltare la Parola per generare Cristo nella propria vita.

Salendo i gradini che raccordano questa cappella con il corpo del Santuario, il passaggio assume quasi il valore di un vero e proprio itinerario pasquale: dal Perdono si accede alla Basilica per celebrare l’Eucaristia.

Nella navata lo sguardo si poserà su un’altra immagine della Vergine, la statua della Madonna della Misericordia, coeva dell’affresco, con il manto aperto. A differenza di effigi simili, nella scultura berica non è visibile il Bambino Gesù; la cintura alta sembra suggerire, però, un grembo gravido.

Quella figura può essere così letta come Madre della Chiesa: colei che ha generato il Figlio nel suo corpo e che, sotto il manto di misericordia, custodisce i credenti perché la vita di Cristo si formi in loro.

Questo passaggio, però, è chiamato ad attraversare anche la Passione, senza averne paura: si parte da qui, infatti, non senza aver contemplato una struggente scultura della Pietà, una manifattura salisburghese del primo Quattrocento, traferita qui da un’altra chiesa di Santa Maria della Misericordia, che oggi chiamiamo San Michele ai Servi.

Il soggetto ritorna ben due volte negli stupendi dipinti del Compianto del Cristo morto, entrambi opera di Bartolomeo Montagna: uno è esposto in sacrestia e l’altro, invece, si trova nel presbiterio, a destra dell’altar maggiore. Quest’ultima pala presenta una Pietà immersa in un paesaggio collinare, ai cui piedi – tra balze rocciose, come sono i Colli Berici – sorge una città turrita che richiama l’urbs berica, Vicenza, la quale ancor oggi, come allora, invoca Maria domandandole, fiduciosamente: mostrati Madre!