Evangelizzare è seminare pace

Meditazione del vescovo Christian Carlassare del 7 settembre 2026 a Monte Berico

Luca 10,1-9 – La forza disarmante degli agnelli

Quando Gesù manda i settantadue discepoli in missione, dice loro una parola che sembra quasi scandalosa: Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Non dice: vi mando come leoni. Non dice: vi mando più forti dei vostri avversari. Non dice: vi mando con gli strumenti necessari per vincere. Dice: Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Questa parola ha molto da dire alla Chiesa che vive e annuncia il Vangelo in Sud Sudan. Perché, in un Paese segnato da violenze, divisioni, conflitti e ferite profonde, evangelizzare significa anche seminare pace. E la pace non nasce dalla vittoria di uno sull’altro. Non nasce dall’eliminazione dell’avversario. Nasce quando impariamo a vedere nell’altro non un nemico da eliminare, ma un fratello da riconoscere.

  1. L’agnello non diventa lupo

Siamo spontaneamente attratti dalla forza. Quando c’è un lupo, vorremmo avere un lupo più forte. Quando c’è violenza, siamo tentati di rispondere con una violenza maggiore. Quando qualcuno ci minaccia, vorremmo avere il potere necessario per prevalere. Ma così rischiamo di adottare la stessa logica di ciò che vogliamo combattere.

Gesù propone un’altra strada. L’agnello non vince perché è più forte del lupo. Vince perché non diventa lupo. Questa è la forza della nonviolenza cristiana. Non significa essere deboli. Significa non permettere al male dell’altro di decidere ciò che io divento. L’altro può odiare, ma io non devo diventare odio. L’altro può essere violento, ma io non devo diventare violenza. L’altro può umiliarmi, ma io non devo perdere la dignità del fratello. Rimanere agnelli significa non lasciare che il lupo che è nell’altro faccia nascere il lupo che è dentro di me. Questa è una delle sfide più grandi della pace.

  1. La prima parola del missionario è Pace

Gesù dice ai suoi discepoli: In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa! È significativo. La prima parola del missionario non è una lezione di teologia. È pace. Il missionario non arriva per conquistare l’altro. Arriva per entrare in relazione con lui.

E Gesù aggiunge: Mangiate quello che vi sarà offerto. Il missionario arriva povero. Si lascia accogliere. Si siede alla tavola dell’altro. Mangia il suo cibo. Entra nella sua vita. E allora scopre qualcosa di fondamentale: l’altro non è semplicemente qualcuno a cui portare il Vangelo. È qualcuno attraverso il quale Dio può incontrare anche me. Questa è una grande scuola di missione.

In Sud Sudan lo impariamo ogni giorno: la missione non consiste soltanto nel parlare alla gente, ma nel camminare con la gente. Non possiamo costruire la pace dall’alto. Dobbiamo entrare nelle ferite delle comunità, ascoltare, condividere, creare spazi nei quali le persone possano incontrarsi e riconoscersi nuovamente come fratelli.

  1. Restituire un volto al nemico

Uno dei drammi più profondi della violenza è questo: prima di colpire il corpo dell’altro, la violenza uccide il volto dell’altro dentro di noi. Per poter fare violenza a una persona, devo smettere di vederla come persona. Diventa un’etichetta: è di quell’etnia; è uno straniero; è un nemico; è uno di quelli che ci hanno fatto del male. Quando l’altro diventa soltanto il nemico, diventa più facile odiarlo.

Per questo la missione della Chiesa è anche restituire un volto a chi è stato trasformato in un nemico. Dire alle comunità: Prima di appartenere a questa o a quella etnia, siamo persone. Prima di essere avversari, siamo fratelli.

La Chiesa deve essere uno spazio nel quale le persone imparano nuovamente a incontrarsi. Una Chiesa che attraversa le divisioni. Una Chiesa che non costruisce nuovi nemici. Una Chiesa che denuncia l’ingiustizia senza odiare chi è ingiusto. Una Chiesa che insegna la riconciliazione senza dimenticare le vittime. Una Chiesa che disarma non soltanto le mani, ma le parole e il cuore.

  1. La pace comincia nelle piccole comunità

Gesù manda i suoi discepoli senza borsa, senza bisaccia, senza sandali di riserva. È come se dicesse: Non mettete la vostra sicurezza nel potere. La vostra forza sarà la relazione, la fiducia, la parola, la testimonianza. Questo è particolarmente importante quando parliamo di pace. Spesso pensiamo che per costruire la pace servano innanzitutto strumenti di potere. Il Vangelo ci mostra invece una potenza diversa: la potenza disarmata della fraternità.

Lo vediamo concretamente nei Comitati di Giustizia e Pace presenti nelle diocesi del Sud Sudan che sono promossi dalle Chiese, in chiave ecumenica. Non sono semplicemente persone che parlano di pace. Sono persone che cercano di costruirla là dove le relazioni sono ferite. Entrano nelle comunità. Ascoltano. Raccolgono paure e sofferenze. Favoriscono il dialogo. Cercano di impedire che un conflitto diventi vendetta e che la vendetta diventi una nuova guerra.

Non entrano dicendo: Sono venuto a sconfiggere qualcuno. Entrano dicendo: Sono venuto ad ascoltare. Non portano un’arma, portano una parola. Non cercano un vincitore. Cercano una strada perché le persone possano tornare a vivere insieme. E qui vediamo concretamente che cosa significa essere agnelli in mezzo ai lupi.

La pace non comincia soltanto ai grandi tavoli politici. Comincia quando, in una piccola comunità, qualcuno trova il coraggio di dire: Fermiamoci. Ascoltiamoci. Non vogliamo che i nostri figli continuino a pagare il prezzo del nostro odio. Quello è già Vangelo. Quello è già evangelizzazione. Quello è già il Regno di Dio che si avvicina.

  1. Anche il rifiuto può diventare testimonianza

Gesù non nasconde ai suoi discepoli che potranno essere rifiutati. Questo è importante. Nella missione possiamo pensare che il successo consista nell’essere accolti. Ma Gesù ci insegna che anche il rifiuto può diventare luogo di testimonianza. Gesù stesso è stato rifiutato. E sulla croce Dio prende su di sé il rifiuto dell’umanità senza rispondere con un altro rifiuto.

Il male cade sull’Agnello e l’Agnello non restituisce il male. Questa è la forza della croce. Non significa cercare la sofferenza. Significa che l’amore vero rimane fedele anche quando non viene ricambiato. Per questo il rifiuto non è necessariamente un fallimento della missione. Può diventare il luogo nel quale l’amore dimostra di essere più forte dell’odio.

  1. Evangelizzare significa cambiare mentalità

Per questo la vocazione della Chiesa in Sud Sudan è grande. Non siamo chiamati soltanto a predicare la pace. Siamo chiamati a diventare una comunità di pace. Evangelizzare significa seminare una mentalità nuova: dalla vendetta alla riconciliazione; dalla paura alla fiducia; dalla divisione alla fraternità; dall’odio alla responsabilità per il bene comune.

Perché una guerra può continuare anche quando le armi tacciono, se dentro di noi continuano a vivere il rancore, il sospetto e il desiderio di vendetta.

La pace non è soltanto il silenzio delle armi. È la trasformazione del cuore. E questa trasformazione deve raggiungere soprattutto i giovani. Non possiamo permettere che una generazione erediti la guerra della generazione precedente. Una madre che insegna ai propri figli a non odiare i figli dei propri nemici sta già costruendo la pace. Un giovane che depone l’arma sta già costruendo la pace. Due comunità che dopo anni di conflitto accettano di sedersi allo stesso tavolo stanno già costruendo la pace. Una Chiesa che crea quello spazio di incontro sta già evangelizzando. Il Regno di Dio diventa vicino quando una persona decide di non vendicarsi.

  1. Beati gli operatori di pace

Per questo comprendiamo meglio la beatitudine di Gesù: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Non dice: beati quelli che parlano di pace. Dice: beati gli operatori di pace. La pace è un verbo. È un lavoro. È una vocazione. È un cammino. E gli operatori di pace sono gli agnelli di cui parla Gesù. Non perché siano deboli, ma perché hanno scoperto una forza più grande della violenza: la forza di non restituire il male con il male; la forza di rimanere fedeli all’amore; la forza di vedere un fratello là dove altri vedono un nemico.

Questa è forse una delle più grandi testimonianze che la Chiesa può offrire al Sud Sudan e al mondo. Non possiamo costruire la pace eliminando l’altro. Costruiamo la pace quando riconosciamo che l’altro appartiene alla nostra stessa umanità. E qui arriviamo al cuore del Vangelo. L’Agnello non uccide il lupo. L’Agnello offre la propria vita. Questa è la logica della croce. Questa è la logica della missione. Questa è la logica della pace.

La Chiesa è chiamata ad essere un agnello in mezzo ai lupi. Non un agnello rassegnato. Un agnello che, con la forza disarmante dell’amore, della verità, della giustizia e della fraternità, apre una strada nuova. Perché forse la domanda decisiva non è: Come possiamo diventare più forti dei nostri nemici? Ma: Come possiamo fare in modo che non ci siano più nemici? La risposta del Vangelo è semplice e radicale: riconoscendoci fratelli. Questa è la pace che dobbiamo seminare. Questa è la pace che dobbiamo testimoniare. Questa è la pace per la quale vale la pena dare la vita.

Beati gli operatori di pace. Beati gli agnelli che non diventano lupi. Beati coloro che danno la propria vita perché il mondo abbia la vita. Saranno chiamati figli di Dio.

+ vescovo Christian Carlassare

 

 

Foto: Piero Baraldo