Il vescovo Giuliano: “La santità si realizza perché lasciamo che Dio trasformi la nostra vita”

Omelia nella celebrazione Eucaristica della Solennità di Tutti i Santi
Cattedrale, 1 novembre 2026

Letture: Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12

Cari fratelli e sorelle,

quando pensiamo ai santi, immaginiamo spesso persone straordinarie, capaci di imprese eccezionali, di una perfezione che a noi sembra irraggiungibile. Ma la Parola di Dio oggi ci conduce altrove e lo scopriamo da quanto ci ha appena insegnato San Giovanni nella seconda lettura: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!».

La santità ha inizio per tutti noi da qui: non da ciò che noi riusciamo a fare per Dio, ma da ciò che Dio compie in noi. Come dire che non diventiamo santi perché riusciamo a salire fino a Dio. Al contrario, il nostro cammino di santità si realizza perché lasciamo che Dio scenda nella nostra vita, fino alle estreme conseguenze della malattia e della morte. Lasciamo che Dio trasformi la nostra vita.

Due figure che ci stanno accompagnando quest’anno ci aiutano a comprendere questa verità: Maria, la madre di Gesù, e san Francesco d’Assisi, che sta accompagnando l’intera Chiesa con la sua testimonianza.

 Maria è la donna che ha fatto spazio a Dio. Quando l’angelo la raggiunge a Nazaret, Maria è una giovane donna sconosciuta, in un villaggio ai margini della storia. Eppure Dio ha posato su di lei il suo sguardo e l’ha colmata di grazia fin dal suo concepimento.

La sua santità nasce da un amore che la precede. Attenzione però, perché questo dono non elimina la sua libertà, né le risparmia la fatica di credere, piuttosto è un dono che interpella la nostra libertà perché si apra con fiducia. Infatti Maria non comprende tutto. Domanda: «Come avverrà questo?». E poi si affida: «Avvenga per me secondo la tua parola».

È la prima delle Beatitudini: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Maria è povera in spirito perché non pretende di possedere la propria vita. Si fida, si consegna, lascia che Dio apra strade nuove che lei ancora non conosce.

E questo non la mette al riparo dalla sofferenza. Maria conosce la precarietà, l’incomprensione, la paura. Fino all’ora della croce, quando vede morire il Figlio. Sotto la croce Maria rimane. Non ha spiegazioni, ma continua ad amare. Non vede ancora la risurrezione, ma non abbandona il Figlio.

La santità di Maria è una fiducia che non viene meno nemmeno quando tutto sembra smentire la promessa di Dio. Lei continua a fidarsi perché Dio ha interpellato la sua vita e l’ha raggiunta con un dono di Grazia inaspettato.

Francesco d’Assisi ci mostra un altro aspetto: la santità nasce quando permettiamo a Dio di cambiare la nostra vita.

Francesco aveva altri progetti. Cercava prestigio, gloria, riconoscimento. Voleva diventare qualcuno. Ma Dio lo raggiunge proprio dentro questi desideri e lentamente li trasforma.

Nel suo Testamento Francesco non dice: «Io ho deciso di diventare santo». Dice: «Il Signore dette a me …… d’incominciare a fare penitenza». Dette a me una Grazia. E che cosa ricorda? Ricorda l’incontro con i lebbrosi, che prima gli apparivano insopportabili. Quando comincia a prendersi cura di loro, ciò che era amaro diventa dolce. È una conversione dello sguardo.

Francesco scopre il volto di Cristo, leggendo il Vangelo, ispirato dal crocifisso di San Damiano e nell’uomo lebbroso che prima non riusciva nemmeno ad avvicinare scopre Cristo e trasforma il suo sentire.

La santità comincia quando smettiamo di mettere noi stessi al centro e impariamo a riconoscere nell’altro un fratello, una sorella.

Da quell’incontro nasce una libertà nuova. Francesco non ha più bisogno di possedere per sentirsi ricco, né di dominare per sentirsi grande. Può chiamare fratello ogni uomo, sorella ogni creatura. Può incontrare anche chi è considerato nemico senza rinunciare alla pace.

È la vita delle Beatitudini: «Beati i miti», «Beati i misericordiosi», «Beati gli operatori di pace».

E alla fine, sul monte della Verna, Francesco riceve le stimmate. Il suo corpo porta i segni di Cristo crocifisso.

Maria ai piedi della croce e Francesco segnato dalle stimmate ci conducono allo stesso mistero: non è la sofferenza che rende santi, ma l’amore di Cristo che ci rende capaci di amare anche nella sofferenza. È quanto annuncia l’Apocalisse con un’immagine sorprendente: i santi sono coloro che «hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». Il sangue normalmente macchia. Quello dell’Agnello rende candidi. È il paradosso della Pasqua: l’amore di Gesù può trasformare anche le nostre ferite in luoghi di vita nuova.

C’è poi un tratto che accomuna Maria e Francesco. La loro santità non li ha separati dagli altri. La vera santità non ci allontana dagli altri: ci restituisce ai fratelli con un cuore nuovo. Maria corre in fretta verso la cugina Elisabetta, Francesco abbraccia il lebbroso.

Nell’Apocalisse Giovanni contempla «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare». Sono uomini e donne di ogni popolo, lingua e condizione. Non hanno avuto tutti la stessa storia, ma tutti hanno lasciato che l’amore dell’Agnello trasformasse la loro vita. Quella moltitudine ci ricorda che la santità cristiana non è riservata a pochi.

Forse, allora, la domanda che oggi dobbiamo porci non è: che cosa devo fare di straordinario per diventare santo? Ma piuttosto: a quale cambiamento il Signore mi sta chiamando? Che cosa gli impedisco ancora di trasformare nella mia vita?

Maria ci insegna a dire: «Avvenga per me secondo la tua parola». Francesco ci insegna a riconoscere: «Il Signore mi condusse…». E tutti e due ci indicano Gesù, nel quale le Beatitudini sono diventate vita.

Perché, alla fine, la santità è proprio questo: lasciare che Cristo viva in noi, fino a rendere il nostro volto un riflesso del suo. E così, già oggi, attraverso la nostra povera vita, qualcuno potrà riconoscere qualcosa del volto di Dio. Amen.

+ vescovo Giuliano