“Guarderanno a me, colui che hanno trafitto” (Zc 12,10)
Il discepolo accoglie la Madre sotto la croce: tra solitudine abitata e intimità feconda
Meditazione del vescovo Giuliano per il Ritiro spirituale di preti e diaconi all’inizio della Quaresima
Santuario di Monte Berico, 19 febbraio 2026
Carissimi,
anzitutto, un ringraziamento per aver scelto di dedicare questa mattinata al silenzio e alla preghiera: ascolto della Parola di Dio, Riconciliazione e Adorazione eucaristica. Grazie anche per averla condivisa come presbiterio aperto alla comunità diaconale.
Sono sempre più convinto che l’ascolto della Parola di Dio, spesso vissuto in modo personale, quando viene condiviso diventi una sorgente primaria di relazioni fraterne. Così si dà sostanza alla comunione nel presbiterio e nella comunità diaconale. Non è la stessa cosa se ciascuno resta a casa propria. Non vale forse lo stesso anche per le nostre comunità cristiane?
Che cosa restituisce spessore evangelico alle relazioni, se non il riunirsi per ascoltare la Parola del Signore e spezzare l’unico Pane? Assistere alla Messa in televisione, seduti in poltrona, può offrire un po’ di nutrimento al bisogno religioso personale; non ha però la forza di ridare vigore alle relazioni comunitarie, là dove ci si riconosce in volto, si lotta e talvolta ci si scontra, si cade e ci si rialza, ci si perdona e, nel discernimento sinodale, si intravedono insieme le scelte da compiere.
Quaresima: tempo donato a noi da Dio
Riprendo un passaggio dell’invito che il patriarca di Venezia Marco Cè rivolse ai suoi preti all’inizio della Quaresima. Mi pare indichi con chiarezza la direzione del nostro cammino.
«Carissimi, è iniziata la Quaresima, un cammino di 40 giorni che porterà alla Pasqua. La Quaresima è tempo di salvezza. Essa non è fatta da mano d’uomo; ci è preparata da Dio e sgorga, come acqua di salvezza, dal costato squarciato e glorioso del Crocifisso. Tutto infatti – voi lo sapete – ci viene dalla croce di Cristo, trono di gloria e di vittoria: essa abbraccia la storia intera e i singoli uomini. La grazia della Pasqua ci raggiunge e ci porta fin dal primo passo della Quaresima: non ci muoveremmo mai verso la Pasqua, se essa non ci chiamasse e non ci sostenesse con la sua grazia. La Quaresima è un cammino che ci fa passare “da questo mondo al Padre”, dalla lontananza di Dio all’incontro con lui nella comunione con i fratelli» (M. Cè, Quaresima, tempo di salvezza, in Rivista diocesana del Patriarcato di Venezia, 2 [1988] 199).
Tutto ci viene dalla croce di Cristo, trono di gloria e di vittoria. Non si tratta prima di tutto di un nostro impegno, che certamente ha la sua importanza, ma non è tutto e non viene prima di tutto. Al centro non siamo noi: al centro della nostra esistenza sta l’Amore di Dio che noi riconosciamo nel Crocifisso-risorto. La croce di Cristo è “trono di gloria e di vittoria”. Se passa nella nostra vita ci attrae a sé. Ha una forza straordinaria di attrazione. Dobbiamo riconoscere che noi possiamo essere sedotti dal male. San Giacomo ci ha ricordato martedì scorso che «Ciascuno […] è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte» (Gc 1,14-15).
Eppure, prima ancora di ogni deriva verso il male, c’è un’origine più profonda: in noi abita l’essere attratti dal Padre. Sant’Agostino lo spiega con finezza: non ci sarebbe peccato e morte se non vi fosse, prima, questa attrazione fondamentale.
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre (Gv 6,44). Non pensare di essere attirato contro la tua volontà: l’anima è attirata anche dall’amore. Né dobbiamo temere di essere criticati per queste parole evangeliche della Sacra Scrittura da quanti stanno a pesare le parole, ma sono del tutto incapaci di comprendere le cose divine. Costoro potrebbero obiettarci: Come posso ammettere che la mia fede sia un atto libero, se vengo trascinato? Rispondo: Nessuna meraviglia che sentiamo una forza di attrazione sulla volontà. Anche il piacere ha una forza di attrazione. Che significa essere attratti dal piacere? Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore (Sal 36,4). Esiste dunque una certa delizia del cuore, per cui esso gode di quel pane celeste. Il poeta Virgilio poté affermare: Ciascuno è attratto dal proprio piacere. Non dunque dalla necessità, ma dal piacere, non dalla costrizione, ma dal diletto. Tanto più noi possiamo dire che viene attirato a Cristo l’uomo che trova la sua delizia nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, dal momento che proprio Cristo è tutto questo. Forse che i sensi del corpo hanno i loro piaceri e l’anima non dovrebbe averli?… Dammi uno che ami, e capirà quello che sto dicendo. […]. Se, invece, parlo ad un cuore freddo e insensibile, non potrà capire ciò che dico.
[…] Se, dunque, queste delizie e piaceri terreni, presentati ai loro amatori, esercitano su di loro una forte attrattiva – perché rimane sempre vero che ciascuno è attratto dal proprio piacere – come non sarà capace di attrarci Cristo, che ci viene rivelato dal Padre?» (Trattati su Giovanni 26, 4-6)
Volgere lo sguardo a Colui che hanno trafitto
L’oracolo di Zaccaria (Zc 12,10-11; 13,8-9), ascoltato come lettura breve dell’ora media, apre una finestra sul mistero di un Dio che non esercita violenza, ma si lascia “raggiungere” nel punto più vulnerabile: “guarderanno a me, colui che hanno trafitto”. Qui lo sguardo non è semplice curiosità: è un atto spirituale. È il coraggio di riconoscere che il peccato ferisce, che l’infedeltà pesa davvero, e che tuttavia Dio risponde non con vendetta, ma con “uno spirito di grazia e di consolazione”.
Il testo parla di un pianto che non è disperazione, ma compunzione del cuore: un lutto “come per un figlio unico”, cioè un dolore che prende finalmente sul serio ciò che è stato perduto e ciò che è stato compiuto. Proprio questo pianto diventa passaggio: non chiude, ma apre. Lo sguardo verso il Trafitto non umilia; al contrario, ha la forza di guarire. Ci libera dalle scuse e dalle maschere e ci conduce alla verità che salva.
Segue l’immagine forte del fuoco: non quello che distrugge per annientare, ma quello che purifica “come l’argento” e prova “come l’oro”. È la logica di Dio: anche quando tutto appare come un giudizio che addolora, il fine è una relazione ritrovata. Il punto d’arrivo non è la rovina, ma un dialogo: “Invocherà il mio nome e io l’ascolterò”. E lo scambio dell’alleanza si ricompone: “Questo è il mio popolo” / “Il Signore è il mio Dio”.
Perciò l’invito è semplice e decisivo: volgere lo sguardo al Trafitto. Guardarlo senza fuggire, lasciandoci raggiungere dalla grazia. Da quello sguardo nascono il pentimento che libera, la consolazione che rialza e la fede che ricomincia.
Lasciare che il Trafitto raggiunga le nostre solitudini
Le nostre solitudini oggi hanno molti volti.
A volte sono un deserto buono: spazio di silenzio, di ascolto, di libertà interiore.
Altre volte, però, diventano una stanza chiusa: non fanno incontrare Dio e i fratelli; al contrario spengono la gioia, irrigidiscono il cuore, inaridiscono la carità – soprattutto verso chi ci è più vicino. Non si tratta di “eliminare” le nostre solitudini, ma di chiederci: queste solitudini sono abitate o sono vuote? E ancora: la tristezza e la delusione che talora mi abitano sono effetto di solitudini “trascurate”?
Provo a dare un nome ad alcune tipologie di solitudine. Non è un elenco esaustivo: è piuttosto il frutto di un esercizio che io stesso mi sono trovato a fare.
C’è una solitudine del fare e organizzare che nasce da ritmi frenetici e dispersivi: molte parrocchie, giornate piene, andare da una parte all’altra, pochi confratelli vicini.
C’è una solitudine relazionale: tante persone attorno, ma poche relazioni “alla pari”, dove si possa essere semplicemente uomini, senza maschere e senza ruoli.
C’è una solitudine affettiva: il bisogno umano di essere voluti bene, riconosciuti, custoditi.
C’è una solitudine spirituale: quando la preghiera diventa fatica o routine, quando subentra l’aridità e il Signore pare lontano.
E c’è anche una solitudine del disincanto: ferite, critiche, conflitti, delusioni che lentamente trasformano l’entusiasmo in amarezza.
Possiamo domandarci con semplicità ma anche autenticità: quali solitudini sto vivendo. Quali mi porto dentro? E soprattutto: che cosa stanno facendo alla mia anima?
Un autore spirituale descrive con lucidità una radice possibile di queste solitudini quando afferma:
«Non possiamo appartenere a quella categoria di persone di cui Gesù ha detto che “non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7) perché si credono giusti: in tal caso non avremmo più bisogno di Gesù. Forse saremmo ancora in cammino verso Dio, ma soli, nel senso più solitario del termine, irrimediabilmente soli, continuamente in preda a noi stessi, sotto l’apparenza di santità che cercheremo invano di realizzare; ci sentiremmo sempre più profondamente frustrati perché non incontreremmo mai l’amore autentico. È sempre illusorio credersi convertiti una volta per tutte. No, non siamo mai dei semplici peccatori, ma dei peccatori perdonati, dei peccatori-in-perdono, dei peccatori-in-conversione» (A. Louf, Sotto la guida delle Spirito, Magnano Bi 1990, p. 11).
A partire dal riconoscere le nostre solitudini, proviamo a consegnarle, volgendo lo sguardo a Colui che hanno trafitto: uno sguardo verso l’Amore crocifisso. Per farlo, immaginiamo di trovarci proprio lì, sotto la croce di Gesù sul Calvario, lasciandoci guidare dallo sguardo “contemplativo” dell’autore del quarto Vangelo.
Sotto la croce con lo sguardo rivolto verso l’alto
«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,25-27).
Vorrei sottolineare che tutti e quattro gli evangelisti ci parlano delle donne sotto la croce. Ciascuno lo fa in modo differente. Giovanni alla fine del racconto della crocifissione richiama proprio l’oracolo di Zaccaria “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). Nell’Apocalisse questo sguardo viene riferito in modo profetico al momento del ritorno del Signore, quando tutti guarderanno a Colui che viene con le nubi, il Trafitto, e si batteranno il petto (cf Ap 1,7).
C’è dunque questo “stare” presso la Croce e, possiamo ragionevolmente immaginare che quelle donne avessero lo sguardo rivolto al Crocifisso.
Conosciamo la densità di quello stare. Maria sta: non fugge, non protesta, non interviene. Sta. È una presenza che consola e, insieme, una testimonianza che interroga. Maria è sotto la croce non per capire, ma per amare; non per cambiare il corso degli eventi, ma per esserne parte con compassione e fede.
Accanto a Maria c’è il discepolo amato. Anche lui non fugge. Possiamo immaginare cosa attraversi i suoi sentimenti e il suo cuore. Ma il guardare il Trafitto e il com-patire sono già un inizio di trasformazione: la forza trasformante della passione di Gesù, secondo il quarto Vangelo, comincia proprio qui.
Ed ecco accadere il dono più alto: “Donna, ecco tuo figlio… Figlio ecco tua madre”.
Gesù non la chiama “madre”, ma “donna”. Come a Cana. È la donna dell’alleanza, la nuova Eva, la madre dell’umanità redenta. E in quel discepolo amato vi sono tutti coloro che egli rappresenta, cioè l’insieme dei credenti.
Siamo di fronte ad un atto di rivelazione: “Ai piedi della Croce inizia quella comunità dei credenti che una parola precedente di Gesù (12,32) ha dichiarato essere il frutto della sua morte: “Quando sarò innalzato, attrarrò tutti a me”. La comunità dei figli di Dio nasce dalla Croce. E “nasce” come famiglia. […] L’ultimo atto di Gesù, prima di morire, è stato il fondare la Chiesa nella persona della madre e del discepolo prediletto: una nuova famiglia» (B. Maggioni, Il racconto di Giovanni, Assisi 2006, pp. 344-345).
Noi, come chiesa, siamo nati là, sotto la Croce. Ciò che ci costituisce è l’essere una “nuova famiglia” che trasforma le nostre solitudini in fraternità: divengono così solitudini abitate attraverso la presenza materna di Maria.
C’è qui un forte invito rivolto anche a noi presbiteri e diaconi. Siamo chiamati ad accogliere Maria alla maniera del discepolo prediletto: “nella propria casa”, cioè nella propria interiorità-intimità, nella familiarità della vita spirituale (secondo lo Spirito), nel proprio ministero quotidiano.
Accoglierla come donna e Madre significa lasciarsi avvicinare ed educare da lei alla tenerezza, alla pazienza, alla fortezza nel dolore. Significa non avere paura della fragilità. Maria, madre sotto la Croce, ci insegna che il vero pastore e il vero diacono è colui che rimane anche quando l’opera sembra fallire, quando il frutto pastorale tarda, quando il silenzio di Dio diventa pesante.
Vi è ancora un aspetto che caratterizza questo momento della vita di Maria. Nelle parole “Donna ecco tuo figlio” vi è una nuova chiamata di Maria: servire Gesù negli uomini, amare Lui negli uomini e condividere la sua Croce nel dolore degli uomini. Perciò accogliere Maria significa accogliere colei che è stata chiamata da Cristo a prendersi cura di noi, della nostra condizione di umanità con tutto il suo carico di desideri affettivi.
5. Alcuni spunti di riflessione
Viviamo nella preghiera silenziosa comunitaria un tempo per stare con Maria ai piedi della Croce. Ci può aiutare questo Santuario mariano e pure lo stare presso la Presenza del Crocifisso-risorto nell’Eucaristia.
Proviamo a dare un nome alle nostre solitudini. La solitudine “lievita” nel silenzio e nella vergogna; guarisce quando diventa preghiera e parola condivisa.
Rivisitiamo la fraternità concreta che viviamo, non ideale: un pasto insieme, una visita, un confronto regolare tra preti – diaconi – consacrati – laici, senza dover “fare bella figura”. È la nostra esperienza quotidiana di Chiesa. La “nuova famiglia” che il Signore ha fatto nascere per noi. Serve anche avere almeno un amico vero, e spesso anche un accompagnatore spirituale stabile: qualcuno davanti a cui non devo essere perfetto, ma fedele.
Come possiamo custodire i ritmi del nostro vivere e del ministero? La stanchezza cronica rende vulnerabili e soli. Il riposo, il movimento, una giornata realmente libera, confini sani nell’agenda non sono capricci: sono la custodia della carità. Un cuore sfinito si incupisce facilmente.
Pensando al discepolo amato sotto la Croce possiamo ricomprendere anche la dinamica della nostra preghiera non come prestazione da eseguire, ma come relazione. In certi periodi non reggiamo “tanto”, però possiamo reggere “vero”: un tratto di Vangelo, il Salmo detto lentamente, l’adorazione breve ma fedele, un “Signore, sono qui” ripetuto con sincerità. Dio non ci chiede scenografie: ci chiede presenza, a volte sofferta, ma presenza. Qui si può avvertire che anche l’umana intimità del celibe diventa feconda in parallelo e con modalità differenti dell’umana intimità degli sposi.
Maria è figura della Chiesa che noi sperimentiamo quotidianamente nelle relazioni con il popolo di Dio. Occorre lasciarsi amare, lasciarsi voler bene. Non dimentichiamo che il Signore spesso si prende cura di noi attraverso il suo popolo. Non per usare i laici come tappabuchi, ma per lasciarci amare in modo semplice: una famiglia che invita a tavola, una persona che ascolta, una comunità che non pretende un prete-eroe ma accoglie un padre.
Infine possiamo anche ripensare alla relazione con Maria per aiutarci a scoprire la ricchezza del mondo femminile e l’apporto originale dato da ciascuna donna nella famiglia, nella società e nella Chiesa. Come agli uomini del nostro tempo anche a noi è chiesto di imparare a rielaborare la maschilità in forme nuove di reciprocità, non più competitive e men che meno oppressive o violente. Vi sono passaggi nella nostra vita in cui ci è chiesto di rielaborare a fondo l’immaginario femminile che ci deriva dalla nostra figura materna per guarire ferite, superare dipendenze, aprirci ad un modo nuovo di essere del femminile che potremmo avvertire come destabilizzante le nostre sicurezze.
Le solitudini abitate rendono più veri, più miti, più liberi; le solitudini “avvelenate” chiudono, rendono duri, sospettosi, stanchi di tutto.
Se la solitudine intristisce e avvelena, il passo più evangelico è chiedere aiuto presto, con umiltà. Non è una sconfitta: è responsabilità. Perché la vocazione non è una corazza con la quale difenderci dagli altri, è un vaso di creta che porta un tesoro inestimabile.
PREGHIERA Madre dei piccoli (Card. E. Pironio)
Maria, madre dei poveri e dei piccoli,
di quelli che non hanno nulla,
che soffrono solitudine
perché non trovano comprensione in nessuno.
Grazie per averci dato il Signore.
Ci sentiamo felici e col desiderio
di contagiare molti di questa gioia.
Di gridare agli uomini che si odiano
che Dio è Padre e ci ama.
Di gridare a quanti hanno paura: «Non temete».
E a quelli che hanno il cuore stanco:
«Avanti che Dio ci accompagna».
Madre di chi è in cammino,
come te, senza trovare accoglienza, ospitalità.
Insegnaci a essere poveri e piccoli.
A non avere ambizioni.
A uscire da noi stessi e a impegnarci,
a essere i messaggeri della pace e della speranza.