Omelia nella Casa circondariale “Filippo Del Papa” Vicenza, 18 dicembre 2025

Omelia nella Casa circondariale “Filippo Del Papa”

Vicenza, 18 dicembre 2025

Letture: Ger 23,5-8; Sal 71; Mt 1,18-24

Sorelle e fratelli carissimi,

carcerati, personale della casa circondariale, volontari che qui donate tempo e cuore: vi saluto con affetto e, come vostro vescovo, entro in questa casa portando un augurio semplice e grande: che la visita del Signore raggiunga anche la vostra vita.

Le letture di oggi sono come tre lampade accese nella stessa stanza.

 

“Farò germogliare un germoglio giusto” (Ger 23,5-8)

Geremia parla a un popolo stanco, segnato da governanti infedeli e da promesse tradite. Eppure Dio non si rassegna: promette un Re giusto, un “germoglio” che nasce quando tutto sembra secco. È una parola sapienziale: ci insegna che Dio lavora spesso non con il clamore, ma con il germogliare.

Qui, in carcere, sapete cosa significa desiderare un futuro diverso: quando i giorni si assomigliano e certe etichette sembrano incollate addosso. Ma Dio oggi dice: io non vi definisco con il vostro passato; io preparo un futuro. Il Signore non nega la verità della responsabilità, ma rifiuta la disperazione. La giustizia che promette non è soltanto una bilancia: è anche una ricostruzione, un rimettere in piedi, un ridare possibilità.

E il profeta aggiunge una cosa sorprendente: non si parlerà più soltanto dell’antico esodo dall’Egitto, ma di un nuovo ritorno, di un Dio che raduna, che riporta a casa. È come dire: Dio è capace di aprire strade anche quando la strada sembra chiusa. E noi, oggi, vogliamo credere che nessuna porta è più forte di Dio.

 

“Nei suoi giorni fiorirà la giustizia” (Sal 71)

Il Salmo dipinge il volto del re secondo Dio: non quello che domina, ma quello che difende il povero, ascolta il bisogno, libera chi non ha aiuto. È una regalità diversa: la forza del re sta nella sua capacità di farsi vicino, di rialzare.

È una pagina che parla direttamente a tutti noi, in modo diverso:

  • A voi detenuti, dice: la vostra vita non è “scarto”. Anche se avete conosciuto colpa e caduta, Dio continua a desiderare per voi dignità e vita nuova. E la giustizia di Dio non è umiliazione: è verità che apre un cammino.

  • A voi del personale, dice: il vostro servizio è prezioso e spesso nascosto. Custodire sicurezza e umanità insieme è una fatica quotidiana. Il Salmo vi ricorda che la vera autorità si misura anche dal rispetto, dalla pazienza, dal non spegnere la speranza di nessuno.

  • A voi volontari, dice: la carità non è un’aggiunta; è un segno profetico. Entrate qui come si entra in una ferita del mondo, non per giudicare, ma per ricordare che ogni persona è più grande del suo errore.

Il Salmo, in fondo, ci consegna una sapienza: la giustizia senza misericordia diventa durezza; la misericordia senza verità diventa confusione. In Cristo, le due cose si abbracciano.

 

Giuseppe, l’uomo giusto che ascolta i sogni (Mt 1,18-24)

E arriviamo al Vangelo: una scena silenziosa, domestica, fragile. Maria è incinta, Giuseppe non capisce, soffre, e decide “in segreto”. Qui c’è già un insegnamento grande: Giuseppe è chiamato “giusto” non perché perfetto, ma perché non vuole ferire. La sua giustizia è fatta di pudore, di discrezione, di rispetto.

Poi accade l’imprevisto: Dio parla nel sogno. E gli dice: “Non temere”. La paura è la prima prigione dell’uomo. Paura di essere giudicati, paura di non farcela, paura del futuro, paura di ricominciare. Ma l’angelo dice: non temere di prendere con te. È l’invito a non scartare, a non abbandonare, a non chiudere per sempre.

Giuseppe obbedisce a una parola che gli cambia la vita. Non fa discorsi: fa un passo. E dà un nome al bambino: Gesù, “Dio salva”.

E il Vangelo ci lascia un nome: Emmanuele, Dio-con-noi. Non Dio-lontano, non Dio-contro, non Dio-indifferente. Dio-con-noi: con chi sta fuori e con chi sta dentro, con chi ha sbagliato e con chi serve, con chi è stanco e con chi continua a sperare.

 

Carissimi, il mio augurio di Natale per voi è questo:

  • Che Gesù vi trovi: non quando siete già “a posto”, ma proprio in questo tempo della vostra vita.

  • Che vi doni un cuore come quello di Giuseppe: capace di responsabilità e capace di futuro. Un cuore che non si lascia definire dall’umiliazione, ma dalla possibilità di un passo nuovo.

  • Che questa casa sia sempre più una scuola di umanità, dove la pena non diventi vendetta e dove la sicurezza non spenga la compassione.

  • Che nessuno si senta solo: né chi sconta una pena, né chi la amministra, né chi accompagna. Perché la solitudine è una cella più dura delle sbarre.

E permettetemi un pensiero molto concreto: il Natale ci ricorda che Dio ha scelto di entrare nella storia attraverso una famiglia ferita, una situazione complicata, un viaggio difficile, una porta chiusa, una mangiatoia povera. Il Figlio di Dio non nasce nel “luogo giusto”, ma nel luogo povero per raggiungere tutti. Questo significa che anche qui può nascere qualcosa: un inizio, un pentimento vero, una riconciliazione, una parola che non si diceva da anni, una dignità ritrovata.

Maria e Giuseppe ci accompagnino. E il Signore Gesù, che viene, visiti ciascuno di voi con la sua consolazione e con la sua forza.

Buon Natale, di cuore.

+ vescovo Giuliano