Omelia nella celebrazione esequiale di don Marcello Rossi Duomo di Fontaniva, 8 gennaio 2025

Omelia nella celebrazione esequiale di don Marcello Rossi

Duomo di Fontaniva, 8 gennaio 2025

Letture: 1Gv 4,7-10; Sal 71; Mc 6,34-44

Fratelli e sorelle,

oggi la Chiesa ci raduna con un sentimento doppio e vero: il dolore per il distacco e la gratitudine per una vita consegnata. Celebriamo le esequie di don Marcello Rossi, presbitero per quasi settant’anni, morto il 2 gennaio scorso. E lo facciamo ascoltando una Parola che, più che “spiegare” la morte, ci educa a stare dentro il mistero.

 

“Carissimi, amiamoci”: la sorgente è Dio

La prima lettera di Giovanni ci porta subito al centro: “Dio è amore… In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” (1Gv 4,7-10). È una frase semplice e profondissima. Dice che la vita cristiana non comincia dal nostro sforzo, ma da una precedenza: prima di ogni merito, c’è un Amore che ci ha raggiunti.

Se ripensiamo al ministero di don Marcello, vediamo che la sua energia pastorale non nasceva dal gusto dell’efficienza, ma dalla convinzione che la comunità vive se resta attaccata alla Sorgente. In una sua lettera ai parrocchiani, a un certo punto scriveva con realismo un’espressione evangelica: “Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5). Quando ci si separa dalla vite, anche l’opera più brillante si secca.

Ecco la prima sapienza di questa liturgia: non misuriamo una vita solo da ciò che ha prodotto, ma da ciò che l’ha mossa. L’amore vero non è un sentimento: è una radice.

 

Il Salmo 71: la fedeltà di Dio attraverso i passaggi della vita

Il Salmo dice: “Sei tu la mia speranza, Signore Dio, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza… Non abbandonarmi quando declinano le forze” (Sal 71). È la preghiera di chi guarda indietro senza idealizzare e guarda avanti senza pretendere.

Dalle testimonianze che mi sono giunte affiora un tratto molto umano di don Marcello: aveva memoria viva delle persone, delle stagioni, delle fatiche. Dalla guerra e dai bombardamenti, al seminario “tardivo” per quei tempi; dai primi anni di vicario tra gli operai, fino all’impegno di “fondare” una parrocchia nuova al Timonchio, e poi le lunghe stagioni a Fontaniva, Isola Vicentina, Torreselle; infine il servizio agli anziani nella comunità del Novello, e gli ultimi anni segnati da preghiera semplice e quotidiana.

La sapienza del Salmo è questa: Dio non è fedele perché la vita è lineare; è fedele proprio perché la vita è fatta di svolte, cambi di scena, fragilità. E quando “declinano le forze”, il Vangelo non chiede eroismi, chiede fiducia.

Negli ultimi anni, don Marcello si è lasciato custodire dal Signore: Comunione eucaristica ricevuta a casa, rosario, liturgia delle ore. Tra le sue carte c’era la preghiera di Charles de Foucauld “Padre mio, mi abbandono a te…”. Ad un certo punto c’era una annotazione: “Purché si compia la tua volontà in me, in tutte le tue creature compreso don Marcello Rossi”.

 

Il Vangelo: lo sguardo di Cristo e il pane condiviso

Marco racconta che Gesù vide la folla e “ne ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore” (Mc 6,34). Poi insegna, ascolta, e infine sfama. Innanzitutto lo sguardo, poi la parola, infine il pane. È un Vangelo molto concreto.

Anche qui possiamo leggere la vita di un prete. Ad Ognissanti di Arzignano, all’epoca della ri-costruzione post-bellica e del boom economico, al mattino presto don Marcello apriva la chiesa per dare riparo agli operai. È una piccola scena che dice molto: un pastore che pensa che la chiesa non sia solo un edificio, ma un luogo dove si può ritrovare il respiro dentro le occupazioni quotidiane.

E quando Gesù dice: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6,37), non chiede l’impossibile: chiede di mettere in gioco quel poco che c’è. È la logica del Regno: non si salva il mondo da soli, ma si comincia da ciò che abbiamo.

Chi ha conosciuto don Marcello sa che aveva a cuore la corresponsabilità: ripeteva che lo Spirito “non è andato in pensione”, e invitava a non vivere di nostalgie o divisioni. Un’altra frase di sapienza pastorale: “Dio propone, non impone”. È così che Cristo sfama: non schiaccia, non umilia; chiama, coinvolge, moltiplica.

 

Una vita “tracciata” e consegnata

C’è un verso di canto mariano che don Marcello ripeteva spesso: “Tu vai tracciando un cammino, un altro ti seguirà”. Un’immagine sobria e luminosa per un funerale. Non dice: “hai finito”; dice: hai tracciato. Non dice: “tutto dipendeva da te”; dice: qualcun altro seguirà.

In fondo, questo è anche il senso del pane avanzato nel Vangelo: dodici ceste. Il bene non si perde, resta, passa di mano, diventa eredità. Le opere, sì, ma soprattutto uno stile: apertura, coraggio, amore per la Chiesa concreta, attenzione ai più deboli, gusto della storia come memoria che insegna, e una fede che negli ultimi anni si è fatta sempre più essenziale: preghiera, affidamento, pace.

 

La consegna che resta a noi

Oggi ci congediamo da don Marcello accogliendo una promessa: quella annunciata dall’apostolo Giovanni: l’amore viene da Dio. Se rimaniamo in quella sorgente, anche la morte non spegne la vita: la porta al suo pieno compimento.

Allora possiamo salutare don Marcello con una preghiera semplice, quasi sulla scia delle sue parole e dei suoi gesti:

Signore Gesù, Pastore buono,
tu che hai avuto compassione della folla e hai spezzato il pane,
accogli il tuo servo Marcello nella tua casa.
E a noi, che restiamo nel tempo, dona di amarci davvero:
non di un amore frivolo, ma dell’amore che viene da te.
Così sulle tracce di Maria tua Madre diventerà cammino,
e il cammino diventerà speranza. Amen.

+ vescovo Giuliano