celebrare l’Eucaristia per don Giuseppe (Pino) Arcaro significa entrare in una soglia: la soglia della morte, che non è solo un “termine”, ma un esodo, un passaggio. Don Pino lo ha chiamato così, con realismo e fede: “Pensieri nel tempo del passaggio”. E in quelle righe, consegnate pochi giorni prima di morire, c’è la voce di un prete che prega.
Isaia: l’essenziale del Vangelo prende carne
“Questo è il digiuno che voglio…” (Is 58). Isaia ci strappa via ogni spiritualismo comodo: Dio non si incontra fuggendo l’uomo, ma prendendo sul serio l’uomo, soprattutto quando è ferito, oppresso, impoverito.
Don Pino, figlio del Prado del beato Chevrier, ha cercato l’essenziale proprio qui: nella concretezza. E negli ultimi giorni lo dice con una frase che è quasi un compendio di Isaia: “Passare da una vita spesa per i poveri, ad una vita dove sono io ora un povero, chiamato ad offrire la propria povertà in ogni momento… Passare da una croce imposta ad una croce abbracciata per amore”.
Non è la retorica di chi si rassegna: è la fede di chi comprende che la povertà non è solo “tema pastorale”, ma luogo dove impariamo il Vangelo fino in fondo.
Salmo 15: l’abbandono fiducioso
“Tu sei la mia parte di eredità e il mio calice”. Il salmo che abbiamo pregato è la preghiera di chi consegna se stesso a Dio, senza riserve.
E qui le parole di don Pino diventano quasi una confessione di fede semplice, alla scuola di Charles de Foucauld: “Padre mio io mi abbandono a te… qualunque cosa tu faccia di me ti ringrazio… accetto tutto… Non desidero altro che la tua volontà.” Secondo una mentalità mondana questa preghiera potrebbe essere criticata come fatalismo. Ma per chi ha incontrato Cristo è libertà: quella libertà alla quale don Pino ha cercato di educare negli altri – non “disciplina” all’insegna del controllo, ma chiamata alla libertà dentro il Vangelo.
Qui mi torna alla mente quella domanda che egli stesso formulò, meditando il battesimo di Gesù, insieme ai fratelli: “Come posso vivere fino in fondo la mia dignità battesimale, il mio essere figlio amato dal Padre, la volontà di Dio fino in fondo, in questo momento della mia vita?” È una domanda che non si improvvisa. È la domanda di chi non vuole “fare il prete”, ma vivereda figlio; non vuole “riuscire”, ma obbedire alla volontà del Padre. E allora il salmo diventa verità: la mia eredità non è un ruolo, non è un successo, non è un consenso; è il Signore.
Matteo: “Venite a me… e io vi darò ristoro”
Nel Vangelo, Gesù non ci chiede eroismi solitari: ci offre compagnia. “Venite a me… prendete il mio giogo… troverete ristoro”.
Don Pino, nel tempo della malattia, sembra rispondere con una frase che consola anche noi: “Il Signore non tiene chiusa la porta: ne apre una più certa e più grande”.
E aggiunge una consegna limpida, quasi pastorale fino all’ultimo: “Ringraziare sempre, offrire tutto, condividere con chi è in situazione più dura di me”. Ecco un “programma” di discepoli: grazie, offerta, condivisione – parole semplici, parole vere.
Una spiritualità di obbedienza e riconciliazione
C’è un punto, nei suoi pensieri, che ha il sapore della maturità evangelica: non scappare dal reale, ma riconciliarsi. Don Pino scrive: “Riconciliarmi con tutto il passato e tutto il presente… una riconciliazione affettiva con le ferite della vita. Se sono prete come sono, è anche grazie a queste ferite ricevute nella vita, che sono servite al Signore per forgiarmi e farmi diventare quello che sono”. Questa è sapienza cristiana: non negare le ferite, ma lasciarle entrare in una storia salvata. È il contrario dell’amarezza. È la pace che nasce dall’obbedienza: “Cercare e trovare pace nell’obbedienza… In oboedientia pax. Fonte di serenità e di gioia. Qui. Ora”.
Il prete educatore, fino alla fine
Dalle memorie di un confratello emerge la sua vocazione all’educare: Vangelo (nello stile pradosiano) e magistero della Chiesa come “due sponde”. E nei fogli del passaggio ritorna un desiderio che pare un sigillo: “Che bello un prete innamorato di Gesù Cristo!”
Non è uno slogan. È una verifica: se ami Gesù, ami la Chiesa senza idolatrarla, ami i poveri senza usarli, ami le persone senza possederle. E ami anche la tua croce, come chiede lo stesso don Pino: “Aiutami ad abbracciare la mia croce, qui, ora con Te”.
Fratelli e sorelle, oggi noi affidiamo don Pino a Cristo, mite e umile di cuore. E chiediamo di far tesoro anche della sua testimonianza: la fede come presenza di Dio “qui, ora”, la libertà come obbedienza fiduciosa, la povertà come luogo di offerta.
E con lui ripetiamo, con semplicità, la parola che Maria dice nel Vangelo e che lui annota quasi come preghiera ultima: “Eccomi”. Amen.