Mons. Gasparini nell’Actio liturgica del Venerdì Santo: “per noi, per me Cristo è morto”

VENERDI’ SANTO – 2026

L’evangelista Giovanni, per scene successive, ci ha condotto, a seguire la passione e la morte di Cristo. Abbiamo visto Gesù emergere su una serie di personaggi e di eventi che segnano il tragico epilogo della sua vita di dono e di annuncio. Oggi siamo chiamati a contemplare più che la sofferenza, il dono d’amore infinito che Gesù ha offerto a tutti gli uomini: Lui ha meritato con il suo sacrificio innocente la salvezza di tutte le persone di tutti i tempi.

Ai piedi di quella croce scopriamo la sorgente infinita di amore che si irradia per il mondo intero, un fiume di grazia che ci salva e ci lava dai nostri peccati. Quello di Gesù è il gesto supremo dell’amore: non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Gesù ha donato la sua vita per noi che siamo peccatori, che molte volte rassomigliamo più a Giuda che ha tradito, a Pietro che lo ha rinnegato, ai dieci che si sono eclissati. Gesù ha dato la sua vita per amore di tutti, buoni o cattivi che siamo, per tutte le persone che sono esistite ed esisteranno su questo mondo. Da quella croce c’è un abbraccio universale ed eterno che unisce tutti nella salvezza. Oggi è memoriale, memoria viva di quell’evento, oggi sperimentiamo quella salvezza, oggi ci sappiamo salvati dal sangue innocente dell’agnello senza macchia: Gesù Cristo.

Cerchiamo di portarci idealmente sul Calvario. Gli evangelisti con poche parole, dicono l’evento più sconvolgente della storia: Gesù salì il Calvario “per essere crocifisso”. I loro lettori sapevano bene cosa significavano quelle parole. Noi no. La croce era un supplizio così raccapricciante da parlarne pochissimo. Cicerone la chiama “mors turpissima”. Un uomo appeso sulla croce appariva feccia umana, maledetto da Dio: “il nome stesso della croce – dice Cicerone – non solo è assente dal corpo di un cittadino romano, ma addirittura dai suoi pensieri, dai suoi occhi, dalle sue orecchie” (Pro Rabirio 5, 16) Non se ne doveva parlare tra gente per bene. Purtroppo anche oggi ci è fastidioso, indisponente, sentir parlare di persone vittime delle croci dei nostri giorni: i crocifissi delle troppe guerre, di naufragi nel Mediterraneo, di miserie umane ed economiche, delle varie dipendenze. Croci che milioni di persone sono costrette a portare per la fame, per il colore della pelle, per la condizione sociale, per la sessualità, per la fede. Meglio non parlarne perché ci infastidisce. Per Gesù fu scelta la forma peggiore: quella di fissare il condannato con chiodi alla croce. Su questo supplizio orrendo fu messo a morte il Figlio di Dio. Gesù, il Salvatore accettò questa morte per salvarci dai peccati e meritarci il Paradiso. Passione terribile del corpo, ma anche passione dolorosissima dell’anima.

Pensiamo alla solitudine di Gesù. Gesù è stato abbandonato da tutti, è lasciato solo. La solitudine di Gesù è impressionante nell’orto del Getsemani, quando egli cerca ripetutamente e invano qualcuno che gli stia vicino. La solitudine lo raggiunge sulla croce, quando grida “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Il suo non è un grido di disperazione (il centurione romano dirà “Questi è davvero il Figlio di Dio”), ma esprime l’estrema solitudine e l’abbandono che Gesù sperimenta in questo momento. Così sulla croce Gesù raccoglie tutte le nostre solitudini, abbraccia i nostri abbandoni, ci conforta quando ci sentiamo una zattera alla deriva che non ha ancore o porti dove fermarsi. Sulla croce ogni solitudine è abbracciata, è consolata, è redenta. Sulla croce Gesù, in questa lontananza che sente anche dal Padre, si immerge nel buio della storia umana, includendo il dolore, il tradimento, la solitudine, il dubbio, la mancanza di fede. Sulla croce Gesù abbraccia anche l’ateo, il senza Dio, perché ogni uomo possa tornare a Dio. Non c’è nessun uomo che sia lasciato fuori dalla salvezza che Gesù ci ha meritato sulla croce.

Un altro aspetto è l’umiliazione e il disprezzo. “disprezzato e reietto dagli uomini, maltrattato, si lasciò umiliare” (Is 53,3.7). Dal momento dell’arresto fin sotto la croce è un crescendo di disprezzo, insulti, scherni, intorno alla persona di Gesù. Anche quando è crocifisso “i gran sacerdoti schernendolo con scribi e anziani, dicevano “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, i re di Israele scenda ora dalla croce perché vediamo e crediamo”. Gesù è lo sconfitto. Tutti gli innumerevoli sconfitti della vita hanno un Redentore che può capirli e salvarli. Quanta gente in questo mondo subisce il disprezzo, l’umiliazione, la derisione. Quanti uomini fanno parte degli sconfitti della storia, quanti uomini e donne sono gli scarti della nostra società. Per loro Gesù ha portato la sua croce, per loro ha offerto la sua salvezza. Ciascuno di loro può trovare in Gesù il conforto, la speranza, il senso della sua vita.

Cari fratelli e sorelle, la passione e la croce di Gesù ci rimane estranea finché non vi entriamo attraverso quella porticina del “per noi”, “per me” Cristo è morto. Certo, perché sono io Giuda che tradisce, sono io Pietro che rinnega, sono io la folla che grida “meglio Barabba di costui”. Ogni volta che preferiamo la nostra autosufficienza, il nostro onore, la nostra soddisfazione, i nostri interessi a quelli di Cristo, siamo tutti quei personaggi che girano attorno alla passione, ma si preoccupano bene di scansarla. Se dico “Cristo è morto per me, per i miei peccati” allora capisco che i miei peccati l’hanno schiacciato, che i miei peccati – con quelli di tutti gli uomini di tutti i tempi – lo hanno mandato sulla croce. Nella parola della croce, nel volto del Crocifisso, si rivela la gloria di Dio. È solo facendo propria questa gloria, che l’esperienza del peccato sfocia nel perdono di Dio e nella salvezza. Guardando alla croce di Cristo, comprendiamo che Cristo è morto per noi, per me. Per noi c’è salvezza, per noi c’è redenzione, per noi c’è l’amore infinito e senza misura di Dio.

Mmns. Francesco Gasparini