Omelia nella festa di San Marco Evangelista Tempio di San Lorenzo in Vicenza

Omelia nella festa di San Marco Evangelista
Tempio di San Lorenzo in Vicenza

Letture: 1Pt 5,5-14; Sal 88; Mc 16,15-20

Fratelli e sorelle carissimi, autorità civili del Comune e della Provincia, rappresentanti delle istituzioni, delle associazioni e della comunità civile,

la festa di San Marco Evangelista ci raccoglie oggi attorno a una Parola essenziale, perché Marco è l’evangelista che ci conduce al cuore del Vangelo senza indugi: Gesù Cristo, Figlio di Dio, crocifisso e risorto. È l’evangelista della strada, del cammino, della sequela concreta. Non ci lascia rifugiare in un cristianesimo astratto: ci chiede di camminare dietro il Signore dentro la storia, là dove gli uomini e le donne vivono, soffrono, sperano, lottano.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci consegna il mandato finale del Risorto: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura». È una parola che apre porte, confini, coscienze. Il Vangelo è una buona notizia da servire con umiltà, da testimoniare con la vita, da offrire come fermento di libertà, di giustizia, di pace.

E proprio oggi, 25 aprile, questa Parola incontra la memoria viva della Liberazione della nostra nazione dall’oppressione nazifascista. Non celebriamo semplicemente un anniversario civile accanto a una festa liturgica. Siamo invitati, piuttosto, a leggere la storia alla luce del Vangelo e a lasciare che il Vangelo purifichi e illumini la nostra memoria.

San Pietro, nella prima lettura, ci ha detto: «Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri». Ogni sopraffazione nasce quando qualcuno si sveste dell’umiltà e si riveste di dominio; quando una persona, un gruppo, un potere, una ideologia si attribuiscono il diritto di decidere chi abbia dignità e chi no, chi possa parlare e chi debba tacere, chi possa vivere libero e chi debba essere schiacciato.

L’umiltà cristiana non è debolezza. È verità. È riconoscere che nessun uomo è padrone dell’altro, che nessun potere umano è assoluto, che la dignità della persona viene prima dello Stato, prima dell’interesse, prima della forza, prima di ogni pretesa ideologica. Per questo la memoria della Liberazione non può essere memoria rancorosa, ma neppure memoria sbiadita. È memoria morale. È gratitudine per chi ha pagato un prezzo alto perché noi potessimo vivere in libertà. È vigilanza contro tutto ciò che, anche oggi, umilia l’uomo, nega la coscienza, calpesta i diritti, banalizza la violenza.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato in questi giorni  (23/4/2026) che la lotta di Liberazione fu una pagina fondante della storia repubblicana, il riscatto morale e civile di un popolo, e che libertà e pace non sono dati acquisiti una volta per tutte. Sono beni fragili, da custodire, far vivere, trasmettere. Queste parole trovano oggi un’eco profonda nella Parola di Dio.

Perché anche il Vangelo ci dice che la libertà non è mai soltanto una condizione esteriore. È una vocazione. Si può essere liberi nelle istituzioni e tuttavia prigionieri dell’indifferenza, dell’egoismo, della paura dell’altro, della menzogna. Si può vivere in democrazia e tuttavia lasciar crescere nel cuore piccoli totalitarismi quotidiani: il disprezzo, l’intolleranza, il linguaggio violento, la ricerca del nemico, il rifiuto di ascoltare.

Il Risorto manda i suoi discepoli “in tutto il mondo”. Non li manda a dominare il mondo, ma a servirlo. Non li manda a imporre, ma ad annunciare. Non li manda armati di potere, ma sostenuti dalla forza mite dello Spirito. Il Vangelo cammina nella storia quando ci sono uomini e donne capaci di dire no alla menzogna e sì alla verità; no alla violenza e sì alla pace; no alla paura e sì alla responsabilità; no all’idolo della forza e sì alla dignità di ogni persona.

San Marco ci ricorda che l’annuncio cristiano ha sempre un centro: Cristo crocifisso e risorto. Il Crocifisso smaschera ogni potere che si fonda sulla violenza; il Risorto apre una speranza che nessuna oppressione può spegnere. Per questo il cristiano non può essere neutrale davanti al male. Deve essere uomo e donna di riconciliazione, ; ma la riconciliazione non è smemoratezza, non è confusione tra vittime e carnefici, non è comoda equidistanza. La riconciliazione evangelica nasce dalla verità, dalla giustizia, dal riconoscimento della dignità ferita.

Oggi il nostro sguardo si allarga anche ai popoli che vivono ancora sotto la guerra, sotto regimi oppressivi, sotto violenze che colpiscono i civili, i piccoli, gli innocenti. La memoria del 25 aprile diventerebbe sterile se non ci rendesse più sensibili al dolore del mondo. La pace non è uno slogan. È un lavoro. È una disciplina dello spirito e delle istituzioni. È scelta educativa, politica, sociale, ecclesiale. È rifiuto della barbarie che considera il più forte autorizzato a imporre la propria legge.

Il Salmo ci ha fatto cantare la fedeltà del Signore. La fedeltà di Dio è il fondamento della nostra speranza. Ma questa fedeltà chiede anche la nostra fedeltà. Fedeltà alla coscienza. Fedeltà alla Costituzione, per chi ha responsabilità civili. Fedeltà al Vangelo, per chi crede. Fedeltà alla persona umana, per tutti. Sono fedeltà che non si oppongono: quando sono autentiche, si richiamano e si sostengono.

A voi, autorità civili, oggi la comunità cristiana esprime rispetto e gratitudine per il servizio al bene comune. E insieme ricorda, alla luce della Parola, che l’autorità è alta quando si fa servizio; è credibile quando custodisce i più deboli; è feconda quando non cerca consenso facile, ma promuove giustizia, partecipazione, legalità, pace sociale. San Pietro ci ha detto: «Umiliatevi sotto la potente mano di Dio». Anche le istituzioni hanno bisogno di questa sapienza: sapere che il potere non basta a sé stesso, che la politica è nobile quando rimane legata alla coscienza e al bene dell’uomo.

E a tutti noi, comunità cristiana e civile, è chiesto di non lasciare la memoria ai monumenti o alle cerimonie o alle parole solenni soltanto. La memoria vive quando diventa educazione. Quando un giovane impara che la libertà non è fare ciò che si vuole, ma assumersi la responsabilità del bene. Quando una famiglia insegna il rispetto. Quando una scuola forma coscienze libere. Quando una comunità rifiuta l’odio e costruisce legami. Quando la Chiesa annuncia Cristo non come evasione, ma come luce per abitare la storia con cuore nuovo.

Chiediamo oggi, per intercessione di San Marco Evangelista, una fede limpida e coraggiosa insieme ad una memoria grata e vigilante. Chiediamo per la nostra Città, per la Provincia, per l’Italia e per tutti i popoli feriti dalla guerra, il dono di una pace giusta.

E chiediamo che il Signore ci renda capaci di custodire la libertà non come possesso scontato, ma come vocazione quotidiana al servizio della dignità di ogni persona.

 

+ vescovo Giuliano