Carissimi giovani, carissime giovani, questa sera siamo arrivati qui camminando.
Non è un dettaglio organizzativo. È già un segno. Siamo partiti da luoghi diversi della città, abbiamo attraversato strade diverse, forse con passi diversi, con pensieri diversi, con attese diverse. Eppure siete confluiti qui, nella stessa chiesa, davanti allo stesso Signore.
La vocazione comincia spesso così: non con una risposta già pronta, ma con un cammino. A volte sappiamo bene da dove partiamo, ma non sappiamo ancora fino in fondo dove il Signore ci condurrà. Eppure ci mettiamo in movimento. E questa sera il vostro camminare dice già qualcosa di bello: che la vita non è fatta per restare fermi, non è fatta per accontentarsi, non è fatta per girare sempre attorno a noi stessi.
Il tema che ci accompagna è l’invito rivolto da papa Leone ai giovani a Tor Vergata, nello scorso Giubileo dei Giovani: «Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno». È una frase forte, perché va contro una tentazione molto diffusa: pensare che la santità sia una cosa per pochi, per persone speciali, per chi vive in condizioni ideali, per chi ha già capito tutto.
Invece il Papa dice: ovunque siate. Ovunque: nella scuola e nell’università, nel lavoro e nella ricerca di unlavoro che soddisfi, in famiglia, con gli amici, nello scoutismo, in parrocchia, in Azione Cattolica, in una relazione affettiva, nel fidanzamento, nel tempo di una scelta, in un’esperienza missionaria, in seminario, in un cammino di consacrazione, nelle faticheche nessuno vede.
La santità non è un vestito uguale per tutti. Non è una maschera religiosa da indossare. Non è neppure diventare perfetti secondo un’idea irraggiungibile. La santità è lasciare che la vita, proprio la nostra vita concreta, venga orientata all’amore.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci consegna due immagini semplici e potentissime. Gesù dice ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra». E poi: «Voi siete la luce del mondo».
Mi colpisce quel “voi”. Gesù non dice: “Un giorno, quando sarete migliori, sarete sale”. Non dice: “Quando avrete risolto tutti i dubbi, sarete luce”. Non dice: “Quando non avrete più fragilità, allora potrò fidarmi di voi”.
Dice: voi siete. Voi, proprio voi. Voi con i vostri desideri grandi e con le vostre paure. Voi con le vostre domande e con le vostre ferite. Voi che talvolta vi sentite inadeguati. Voi che state cercando la vostra strada. Voi che non volete accontentarvi della mediocrità. Voi siete sale. Voi siete luce.
Il sale, nel Vangelo, non serve per apparire. Non si vede quasi mai, ma dà sapore. Così è una vita santa: non ha bisogno di mettersi in mostra, ma rende più buona la vita degli altri. Una persona che ama con sincerità, che sa ascoltare, che perdona, che serve, che porta pace, che non vende la propria coscienza, che resta fedele al bene anche quando costa, è sale della terra.
E la luce? La luce non esiste per se stessa. La luce permette di vedere. Una vita luminosa non attira verso di sé, ma aiuta gli altri a vedere meglio: a vedere che il bene è possibile, che Dio è vicino, che non siamo condannati al buio, che c’è una strada anche quando sembra tutto confuso.
Ma da dove nasce questa luce? Dove si accende? Non prima di tutto fuori di noi, ma dentro.
Per aspirare alla santità bisogna imparare ad abitare la propria interiorità. Non a fuggire da sé, non a riempire ogni silenzio, non a vivere sempre in superficie. Bisogna avere il coraggio di scendere nel cuore.
Sant’Agostino, cercando Dio, a un certo punto scopre che Dio non era lontano da lui. Era più dentro di lui di quanto lui stesso sapesse. Lo dirà con parole bellissime: Dio è più intimo della mia stessa intimità. Francesco d’Assisi, prima di diventare segno luminoso per tanti, ha dovuto entrare nella sua “cella interiore”, nel luogo profondo dove non si bara, dove cadono le apparenze, dove si ascolta davvero.
Anche noi abbiamo bisogno di questo. Perché tante volte cerchiamo fuori una risposta che può nascere solo dentro, davanti allo sguardo di Dio. Il Signore della vita ci conosce. Conosce il nostro nome, la nostra storia, anche le nostre possibilità che noi non vediamo ancora. E illumina il cuore con il suo sguardo di amore.
Quando uno si lascia guardare così, qualcosa cambia. Non spariscono subito tutte le paure, ma nasce una libertà nuova. Non abbiamo più bisogno di dimostrare tutto a tutti.
Possiamo domandarci con sincerità: “Signore, che cosa vuoi fare della mia vita? Dove mi chiami ad amare? Quale bene posso generare? Quale passo mi chiedi oggi?”.
In questo tempo alcuni di voi vivono un tempo di passaggio. C’è chi conclude un cammino nei gruppi giovanissimi. Ci sono scout che si preparano alla partenza. Ci sono giovani pronti per un’esperienza missionaria. Ci sono coppie che si preparano al matrimonio. E questa sera Mirco viene ammesso tra i candidati agli ordinisacri, nel cammino verso il presbiterato.
Sono strade diverse. Ma hanno una radice comune: la vita diventa piena quando smette di essere trattenuta e comincia a essere donata.
Caro Mirco, il Signore si è fatto sentire nelle inquietudini che ti abitavano quando hai terminato il conservatorio. Questa sera la Chiesa riconosce pubblicamente un tratto del tuo cammino. Non ti viene chiesto di essere già arrivato. Ti viene chiesto di continuare a camminare, lasciandoti formare dal Signore e dalla Chiesa, perché la tua vita prenda sempre più la forma del servizio. Il presbitero non appartiene a se stesso: appartiene a Cristo e al popolo che gli viene affidato. Questo è esigente, ma è anche bellissimo.
E sopra l’altare ci sono le croci che saranno benedette per i giovani che partiranno in missione: Guatemala, Ecuador, Kenya, Camerun, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Albania, Thailandia, India, Brasile. Quelle croci non sono un distintivo da portare con orgoglio superficiale. Sono il segno di un amore che si lascia inviare. Chi parte in missione non va a salvare il mondo. Va per incontrare, ascoltare, servire, condividere, imparare. Va portando Cristo, ma anche pronto a riconoscere Cristo già presente nei poveri, nei piccoli, nelle comunità, nei volti che incontrerà.
Eppure non tutti partiranno per Paesi lontani. E va bene così. Perché l’invito resta per tutti: aspirate alla santità ovunque siate. C’è una missione in Guatemala e una missione nella tua casa. C’è una missione in Kenya e una missione nella tua classe. C’è una missione in Brasile e una missione nella tua relazione affettiva, nel tuo gruppo, nel tuo lavoro, nel modo in cui usi il tempo, le parole, i social, il denaro, la libertà.
La domanda decisiva non è: “Dove devo essere per diventare santo?”. La domanda è: “Come posso amare qui? Come posso essere sale qui? Come posso essere luce qui?”.
Non nascondete la luce. Non spegnete il desiderio. Non accontentatevi di una vita piccola, chiusa, ripiegata. Aspirate a cose grandi. Non perché siete migliori degli altri, ma perché Dio ha messo in voi una chiamata grande: diventare uomini e donne capaci di amare.
Tra poco vivremo l’Adorazione. Sarà un tempo libero, personale. Restate davanti al Signore con verità. Non servono parole complicate. Potete dirgli: “Signore, sono qui. Guardami. Fammi conoscere il bene che hai messo in me. Aiutami a capire il passo che mi chiedi. Dammi coraggio”.
E se sentite il bisogno di riconciliazione, accostatevi con fiducia. La confessione non è il luogo della vergogna, ma della ripartenza. È lì che il Signore ridà sapore al sale e riaccende la luce.
Carissimi giovani, la Chiesa di Vicenza questa sera vi guarda con gratitudine e speranza. Non siete spettatori della vita della Chiesa. Ne siete parte viva. Abbiamo bisogno della vostra fede, delle vostre domande, del vostro coraggio, della vostra inquietudine buona, della vostra capacità di sognare.
Voi siete il sale della terra.
Voi siete la luce del mondo.
Voi, proprio voi, con le vostre aspirazioni alla santità.
Non accontentatevi di meno. Camminate. Ascoltate. Scegliete. Donatevi.
E la luce del Vangelo crescerà in voi e attorno a voi.