Omelia nella celebrazione esequiale di don Antonio Zanella Santuario di Monte Berico, 6 maggio 2026

Omelia nella celebrazione esequiale di don Antonio Zanella

Santuario di Monte Berico, 6 maggio 2026

Letture: 1Gv 3,14-16; Sal 22; Gv 19,17-18.25-39

Maria, Madre del Signore e Madre della Chiesa, oggi siamo qui davanti al mistero della Pasqua di Cristo e al compimento della vita terrena di un tuo figlio sacerdote, don Antonio.

Siamo qui con gratitudine e con commozione. Don Antonio ha concluso il suo cammino terreno lunedì scorso, presso la comunità presbiterale di San Rocco, all’età di 91 anni. Una vita lunga, eppure fin dall’inizio segnata dalla fragilità. Lui stesso ricorda di essere nato “debole e di salute cagionevole”, tanto che a tre anni ancora non camminava; poi la diagnosi della lussazione alle anche, il gesso, la guarigione – e aggiunge con una certa ironia – “bene, ma mai per essere un atleta”.

Eppure, Maria, tu sai bene che il Signore non sceglie sempre i forti secondo il mondo. Spesso affida il Vangelo a corpi fragili, a vite provate, a persone che imparano presto che non ci si salva da soli. In don Antonio la debolezza non è stata semplicemente un limite: è diventata una specie di scuola. Scuola di affidamento, di pazienza, di misericordia. Scuola di quel ministero umile e fedele che non fa rumore, ma edifica la Chiesa.

La Parola che abbiamo ascoltato dalla Prima lettera di Giovanni ci ha consegnato quello che potremmo indicare come il cuore di una vita presbiterale: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte.”. E ancora: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. Don Antonio ha dato la vita così: non con gesti appariscenti, ma nel ministero quotidiano, nella celebrazione dell’Eucaristia, nella predicazione, nell’ascolto delle confessioni, nella condivisione con i fratelli, nella fedeltà anche dentro lunghi tempi di malattia.

Maria, oggi ci aiuti a leggere questa vita alla luce del Vangelo della croce.

Nel racconto di Giovanni, tuo figlio Gesù è innalzato sul Calvario. Ai piedi della croce ci sei tu, la Madre. Ci sono alcune donne. C’è il discepolo che Gesù amava. E da quella cattedra estrema, dalla croce, il Signore pronuncia parole che non sono solo un gesto di tenerezza familiare, ma sono una consegna ecclesiale: “Donna, ecco tuo figlio”. Poi al discepolo: “Ecco tua madre”.

Don Antonio queste parole deve averle sentite tutte sue: “Figlio, ecco tua Madre”.

Forse le ha sentite nella sua salute fragile. Le ha sentite nei passaggi difficili del ministero. Le ha sentite nella lunga comunione con il fratello don Gino, con il quale condivise buona parte del cammino sacerdotale. Le ha sentite nel legame con l’altro fratello, padre Mario, servo di Maria e missionario per 35 anni in Patagonia, in Cile. Le ha sentite quando, nel 2006, chiese di essere accolto qui a Monte Berico, presso la comunità dei Servi di Maria, insieme a padre Mario.

E qui, Maria, sotto il tuo manto, don Antonio ha trovato una casa.

Egli stesso lo scrive con parole semplici e luminose: “da quel giorno – era il 2006 quando fu accolto presso la comunità dei Servi di Maria – sono sempre stato benino, non sono mai stato a letto un giorno, ho sempre celebrato, predicato e confessato tanto e non finirò di ringraziare il buon Dio e la Madonna e chiedere scusa a tutti e di tutto” .

In queste parole c’è quasi un testamento spirituale.

Anzitutto la gratitudine: “non finirò di ringraziare il buon Dio e la Madonna”. È lo sguardo di chi non misura la vita partendo da ciò che è mancato, ma da ciò che è stato ricevuto. Don Antonio avrebbe potuto raccontare soprattutto la malattia, la fatica, gli interventi, le limitazioni. Invece alla fine dice: ho da ringraziare. Questo è un cuore sacerdotale: riconoscere che tutto è grazia, anche quando la grazia passa per strade strette.

Poi c’è la perseveranza: “ho sempre celebrato, predicato e confessato tanto”. Tre verbi che dicono una vita. Celebrare: mettere Cristo al centro. Predicare: offrire la Parola, anche quando la propria parola è povera. Confessare: stare accanto alla misericordia di Dio, aiutando i fratelli e le sorelle a rialzarsi.

Infine c’è l’umiltà: “chiedere scusa a tutti e di tutto”. Non è una frase di circostanza. È la parola di un uomo che si presenta davanti a Dio senza pretese, senza rivendicazioni, senza maschere. Un prete che sa di avere servito, ma sa anche di avere bisogno di misericordia. E proprio per questo può annunciare la misericordia in modo credibile.

Il salmo ci ha fatto pregare: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”. È una parola che oggi possiamo mettere sulle labbra di don Antonio. Il Signore è stato il suo pastore nella fanciullezza fragile, negli anni del seminario, nell’ordinazione sacerdotale del 28 giugno 1959, nei primi incarichi, nelle parrocchie servite, nella fraternità con don Gino, negli anni della malattia, nella comunità di San Rocco, e poi qui, a Monte Berico, presso i Servi di Maria.

Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me”. Don Antonio ha conosciuto valli oscure: la debolezza fisica, l’intervento per il tumore all’esofago, le conseguenze invalidanti, i dolori, le fatiche della vecchiaia. Ma non ha camminato da solo. Il Pastore lo ha accompagnato. E tu, Maria, Madre dell’Amore, lo hai custodito.

Maria, Madre dei pastori, affidiamo a te questo tuo figlio sacerdote.

Tu che stavi presso la croce, insegnaci a stare anche noi accanto alle croci dei fratelli, senza fuggire.

Tu che hai ricevuto il discepolo amato come figlio, accogli oggi don Antonio nel tuo abbraccio materno.

Tu, immagine della Chiesa, aiutaci a custodire la memoria buona del suo ministero: la semplicità, la fraternità, la dedizione, il confessionale abitato con fedeltà, l’altare servito con amore, la gratitudine conservata fino alla fine.

Don Antonio possa ora contemplare il volto del Pastore buono e continui a pregare per questa Chiesa, per il nostro presbiterio e per i Servi di Maria.

“Figlio, ecco tua Madre”. Questa parola si sta pienamente compiendo: l’essere figlio amato nella casa del Padre.

Amen.

+ vescovo Giuliano