IL DESERTO FIORIRA’ (Is. 35,1)

Ritiro di inizio Quaresima Vicenza – Monte Berico, 23 febbraio 2023

Carissimi confratelli presbiteri, carissimi diaconi e seminaristi,

desidero innanzitutto esprimervi la mia gratitudine per l’accoglienza che mi avete riservato come vescovo in questi primi mesi del ministero in mezzo a voi.  Nelle scorse settimane ho avuto modo di trascorrere del tempo per vivere un ascolto reciproco delle nostre storie personali; esperienza che desidero continuare negli incontri vicariali con preti e diaconi. Vi ringrazio. Ho avuto modo di ricevere luce e forza dalla vostra testimonianza di preti e diaconi pienamente coinvolti nella missione che il Signore ha affidato. Ho colto la risposta generosa alla chiamata di Dio. La passione per il servizio pastorale. La disponibilità di molti alla missione “fidei donum” e ad una straordinaria attenzione alle vocazioni presbiterali e diaconali come pure una grande apertura alle chiese e ai popoli che un tempo venivano chiamate “di missione”.

Ho potuto constatare che vi sono anche carismi personali nel presbiterio messi a disposizione di tutta la chiesa: nell’approfondimento di materie teologiche, nell’accompagnamento delle coppie al matrimonio e alla vita familiare, nel dialogo con la cultura affrontando i problemi sociali, nell’accompagnamento spirituale personale, nell’attenzione alle povertà di ieri e di oggi, nella coltivazione dell’arte e della storia.

Ma il servizio che condividiamo in forma diffusa e ordinaria è quello nelle comunità cristiane. Un ministero pastorale a stretto contatto la gente, con le trasformazioni sociali in atto, con un costume in costante evoluzione, con il farsi carico dei lutti familiari come delle gioie che ancora sono presenti nel popolo di Dio per la nascita o la tappa di maturazione di un figlio. Con il prendersi cura dei più deboli presenti nel territorio e con la vicinanza a coloro che vivono un tempo di malattia. Sono tante queste realtà e il farsi vicino alle persone ci appassiona.

Insieme e all’interno del nostro ministero pastorale ho potuto cogliere anche un certo disagio. È stato scritto che viviamo nel tempo dei preti spaesati (G. Zanchi). Il mondo è in costante cambiamento. Anche il modo di vivere ed esprimere la fede è cambiato. Lo vediamo nelle giovani coppie e soprattutto negli adolescenti e nei giovani. Ma questo significa che anche noi come preti e diaconi siamo coinvolti – forse travolti! – dai cambiamenti in atto. L’essere spaesati può alimentare la stanchezza con la sua radice nella demotivazione.

Ciò che maggiormente si può rilevare è la difficile transizione da un modello di cura pastorale che oggi sembra manifestare tutti i suoi limiti ad un nuovo modo di esercitare la cura pastorale che non si intravvede all’orizzonte. Assumersi la cura pastorale di una parrocchia e progressivamente doversi accollare la cura pastorale di due, tre, quattro fino ad otto parrocchie non può che creare ansia e preoccupazione. Come e quando si può garantire legami significativi con le persone? Quei legami che danno senso all’impegno celibatario e permettono di vivere da persone che hanno integrato il proprio mondo affettivo e sessuale. Il carico pastorale è ulteriormente aumentato dalla sproporzione tra condivisione delle gioie per la nascita di un figlio o l’unione coniugale e la condivisione del lutto per la perdita di una persona cara: queste ultime stanno prevalendo in modo significativo. Con l’aumento del numero di parrocchie affidate è aumentato anche il peso della gestione delle strutture, dovendo far fronte a debiti e alla difficoltà di reperire risorse per la gestione ordinaria. Anche questo provoca affanno. [Questa situazione tocca i preti ma coinvolge anche i vescovi; cf vescovo di Lugano che a 59 anni ha rinunciato all’incarico affidatogli per difficoltà a riconoscersi in un ministero troppo sbilanciato sul versante dell’amministrazione].

Per far fronte a questa situazione e per ritrovare un nuovo slancio evangelizzatore e missionario è stato avviato da tempo il cammino delle unità pastorali con la promozione di forme di vita comune tra presbiteri e dei gruppi ministeriali; un percorso promettente ma non semplice e che con la pandemia ha conosciuto una battuta di arresto.

Tutto questo provoca la nostra fede

Tutto questo provoca la nostra fede nel Signore che ci ha chiamato a seguirlo e a servirlo. Trovo particolarmente adatte ad interpretare questo nostro contesto esistenziale le parole sapienziali che la liturgia ci ha consegnato martedì scorso: Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione (Sir. 2,1). […] Non ti smarrire nel tempo della prova – aggiunge l’autore. Penso che in una situazione come la nostra sia davvero facile smarrirsi.

La liturgia di questi quaranta giorni ci invita ad immedesimarci con il popolo di Israele nelle vicende di liberazione dalla schiavitù d’Egitto e nel cammino del deserto per entrare nella terra promessa. L’immagine biblica che può definire lo stato esistenziale di questo nostro tempo potrebbe essere quella del deserto. Viviamo come nel deserto. Mancano tante cose nel deserto. Ed è un cammino stancante. Il deserto costringe alle cose essenziali. Ma nella Sacra Scrittura c’è una parola che illumina. Quella che il profeta Isaia indirizza al popolo oppresso dalla schiavitù di Babilonia, un popolo in fase di ritorno attraverso il deserto. La incontriamo in Is 35: Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”. Quello che sembra impossibile nel deserto e cioè che nasca qualche cosa capace di attestare la vita, capace di nuova vita, il profeta è in grado di riconoscerlo. Lo vede ed è il motivo per cui può dire di non rallentare il passo nel deserto e di continuare il cammino con gioia, gaudio, giubilo, letizia.

Per vivere in modo fecondo questo tempo ci può aiutare la pagina evangelica che ascolteremo nella prima domenica di quaresima: il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto secondo la versione di Matteo (4,1-11).

Il contesto

Il conteso del racconto è quello dell’investitura di Gesù. Con il battesimo nel Giordano Gesù riceve lo Spirito Santo per essere incaricato della missione. “Cristo-Messia” significa “l’Unto”. Su di lui si posa lo Spirito del Signore, “spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2).

Appena ricevuto l’incarico – come afferma l’evangelista – lo Spirito lo conduce nel deserto. Sorprende questo primo movimento suscitato dallo Spirito Santo in Gesù. Perché Gesù viene condotto nel deserto? L’evangelista afferma: per essere tentato dal diavolo! Cosa significa?

Gesù, nello spazio del silenzio tipico del deserto, dell’interiorità, del raccoglimento, deve affrontare una sorta di lotta interiore per l’incarico/ministero che gli è stato affidato. Una lotta contro i travisamenti di tale incarico. Gesù viene spinto dallo Spirito Santo a scendere nei pericoli che minacciano il suo essere servo obbediente del Padre. «Gesù deve entrare nel dramma dell’esistenza umana, attraversarlo fino in fondo, per ritrovare così la “pecorella smarrita”, caricarsela sulle spalle e ricondurla a casa» (J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, 48). Con il battesimo Gesù si è reso solidale con i peccatori. Con il tempo del deserto Gesù è solidale con tutti coloro che riceveranno un incarico, una missione. Lui per primo affronta le tentazioni diaboliche che si presentano nel ministero.

Le tentazioni

Nel racconto dell’evangelista Matteo le tentazioni che Gesù deve affrontare riprendono quelle sperimentate dal popolo di Israele nell’esodo. Possiamo rileggere i cap. da 6 a 8 del Dt in particolare il cap. 8: ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore. Che cosa c’è nel cuore? Nel cuore c’è Dio per vivere la missione affidata o c’è altro? Come indicato nella nota della Bibbia di Gerusalemme: «Le tre tentazioni, a prima vista enigmatiche, possono intendersi alla luce della tradizione ebraica che interpreta Dt 6,5, come tentazioni contro l’amore di Dio, valore supremo: 1) non amare Dio “con tutto il cuore’, cioè non sottomettere i propri desideri interiori a Dio, ribellarsi contro il nutrimento, la manna; 2) non amare Dio ‘con tutta la tua anima’, cioè con la propria vita, con il proprio corpo fisico, fino al martirio, se necessario; 3) non amare Dio ‘con tutte le tue forze’, cioè con le proprie ricchezze, con quanto si possiede, i propri beni esteriori». Gesù, nella sua umanità deve assumere fino in fondo tutte e tre queste tentazioni per far conoscere agli uomini l’amore del Padre.

Sostando in meditazione sotto l’azione dello Spirito sulle tentazioni di Gesù anche noi possiamo leggere più chiaramente il nostro vissuto ministeriale e lasciarci condurre alla libertà che ci è necessaria per svolgere il servizio affidatoci.

 

Di regola le tentazioni nascono da un sospetto. E qui Gesù – appena investito della missione con una voce dal cielo Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento, – viene provocato sull’essere realmente figlio. Se tu sei Figlio di Dio… Sono le stesse parole di scherno rivolte a Gesù sul Calvario: Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce! (Mt 27,40). Ma è la provocazione che Gesù riceve circa la sua identità lungo tutto il ministero; gli viene costantemente obiettato di non aver dato sufficiente prova di sé… gli viene chiesta una evidenza riguardo a se stesso che Gesù non potrà mai dare in maniera irrefutabile perché il legame con lui richiede fiducia, la stessa che Gesù è chiamato ad avere nel Padre e che Gesù conosce bene: Se il giusto è figlio di Dio, Egli lo assisterà (Sap 2,18).

Possiamo anche noi chiederci: quali sono i sospetti che avverto su di me riguardo alla mia identità di cristiano e di presbitero o diacono o seminarista? Che cosa si pretende da me in modo inconfutabile del mio essere uomo-credente investito o chiamato ad un ministero?

La prima tentazione

Il tentatore provoca Gesù chiedendogli di trasformare una pietra in pane così da soddisfare la sua fame. Questa tentazione è un invito rivolto a Gesù di preoccuparsi del cibo necessario alla sua e all’altrui umanità. Un cibo prodotto come? Con una soluzione che pone al centro la volontà dell’uomo, le sue forze, le sue capacità. Oggi si direbbe che la credibilità della Chiesa si gioca nella sua capacità di affrontare il problema della fame nel mondo che è un vero dramma sociale; una sorta di organizzazione mondiale.

Questa è una vera e propria tentazione per Gesù. È la tentazione di stravolgere il vero contenuto del suo ministero sempre vissuto e da vivere nella fiducia e nella comunione con il Padre. La risposta di Gesù alla tentazione è offrire sé stesso, in obbedienza al Padre, quale chicco di frumento caduto in terra e germogliato a vita nuova. Ciò che è pure il nostro nutrimento nell’Eucaristia che molti non comprendono più. Cos’è questo per tanta gente? È una domanda che risuona fin dentro le nostre chiese dopo la pandemia.

La seconda tentazione

La seconda tentazione va ancora più in profondità. Se nella prima si chiede la dimostrazione inconfutabile dell’essere Figlio di Dio, in questa seconda si chiede di manifestare al mondo la prova che Dio è veramente Dio. E non si tratta di una dimostrazione accademica. Infatti la risposta di Gesù rinvia a Dt 6,16 quando il popolo rischia di morire di sete nel deserto e si ribella contro Mosè. Una ribellione che suscita una domanda Il Signore è in mezzo a noi sì o no? (Es 17,7). Quindi la domanda è sul reale coinvolgimento di Dio nella storia degli uomini. Se Dio agisce realmente allora sarà certamente a disposizione per inviare i suoi angeli a salvarti.

Questa tentazione è posta nel cuore della vita religiosa di Israele, sul punto più altro tempio, luogo per eccellenza dell’incontro con Dio. Il bisogno di dimostrazioni religiose attraverso eventi miracolistici, minano l’identità stessa di Dio. E’ uno stravolgimento del ministero di Gesù che invece di stare sul pinnacolo del Tempio per mostrare al mondo l’Amore di Dio è sceso nell’abisso della morte, nella notte oscura dell’abbandono. In obbedienza al Padre ha donato tutto se stesso fino a discendere negli inferi ed è così che è stato raccolto dal Padre. Senza passare attraverso questo amore/donazione totale non c’è dimostrazione del Dio in mezzo a noi, nella nostra storia reale, ieri e oggi.

La terza tentazione

Ora il tentatore provoca Gesù sulla sua capacità di potere. Gli offre tutti regni del mondo e le glorie che questi gli possono arrecare. Questo è un altro aspetto del ministero di Gesù: il suo potere. Che il tentatore cerca di estraniare rispetto alla fiducia in Dio.

Possiamo comprendere la prospettiva totalmente diversa di Gesù leggendo la finale di Mt quando Gesù si trova sul monte e afferma A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli. Ma lo può dire in quanto Crocifisso-risorto. Il monte dell’ascensione presuppone il monte del Golgota. La via dell’umiltà che è la stessa affidata ai suoi discepoli con la predicazione e non con l’imposizione. La via dell’adesione libera e convinta.

Il ministero è tentato fino ai nostri giorni sotto questo profilo. Quando si identifica il cristianesimo ad una struttura politica o ad una organizzazione sociale. La storia è piena di esempi: cristianesimi identificati con nazionalismi che sono stati un fallimento. Ma forse anche oggi, nel nostro contesto, il nostro ministero è tentato dal guardare indietro ad un cattolicesimo che non c’è più, che in passato sembra aver dato i suoi frutti ma ora è andato in frantumi. Rimanere legati a quel recente passato potrebbe essere una tentazione del nostro ministero di oggi?

Lasciarci condurre dallo Spirito nel deserto

Se è lo Spirito che ci conduce nel deserto di questo nostro tempo, per noi questo è un kairòs non è una disgrazia opprimente.

Tomàš Halik, nato a Praga, esponente della “Chiesa sotterranea”, perseguitato dal regime comunista cecoslovacco, uno dei consiglieri più stretti del presidente Vaclav Havel ha pubblicato due anni fa uno studio a mio avviso interessante che in italiano è apparso l’anno scorso con il titolo Pomeriggio del cristianesimo. Il coraggio di cambiare, Milano 2022. Pomeriggio come maturità, come periodo di consapevolezza e rinnovamento. Egli ritiene che sia giunto il kairòs per una riforma fondamentale della chiesa voluta dal Concilio Vaticano II. Egli ritiene che non sia affatto un caso che al «seggio episcopale romano sia stato chiamato un uomo che rappresenta la dinamicità del continente latino-americano». E aggiunge: «Ritengo urgente il compito del magistero dei teologi di elaborare con cura le sue spinte riformatici» (p. 118).

E per non sottrarmi come vescovo alla riforma fondamentale che ci è richiesta, faccio mio un ulteriore passo del teologo:

«Papa Francesco vede una soluzione nell’allentamento del centralismo ecclesiastico e nel rafforzamento del principio sinodale, in una maggiore indipendenza e responsabilità delle Chiese locali. Ma un altro problema emerge, in generale nelle tensioni interne alle Chiese locali. Le cariche più alte, soprattutto i vescovi, sono pronte a rinunciare al concetto monarchico del proprio ruolo e a diventare mediatrici di dialogo all’interno della Chiesa? Sono preparate a sufficienza per creare e difendere uno spazio per lo sviluppo dei carismi di ogni credente, uomo o donna? Sono preparate a riconoscere la capacità delle donne di essere, a parità di diritti, corresponsabili della comunità dei credenti?

Voglio ancora sottolineare che la riforma della Chiesa deve andare più in là delle sole modifiche delle strutture istituzionali, deve sgorgare da fonti teologiche più profonde e dal rinnovamento spirituale.

Il pomeriggio del cristianesimo, la via d’uscita dalla prolungata crisi del mezzogiorno, non sarà annunciato dallo squillo di trombe degli angeli dell’Apocalisse, ma arriverà piuttosto “come un ladro di notte”. Molti già da tempo gridavano vittoriosi “Dio è tornato”, anche in questo caso vale l’avvertimento di Gesù: “Non andateci, non seguiteli”. Il pomeriggio del cristianesimo arriverà come è arrivato Gesù il mattino di Pasqua: lo riconosceremo dalle ferite sulle mani, sul fianco e sui piedi. Saranno però ferite trasfigurate» (p. 119).

 

Comunicazioni

Ricordiamo in modo speciale nella nostra preghiera un confratello gravemente ammalato: don Alfredo Grossi parroco nelle parrocchie dell’Unità Pastorale Val Liona che si trova in rianimazione presso l’Ospedale San Bortolo. E ricordiamo anche gli altri che stanno lottando per uscire da un tempo di malattia.

Domani sarà un anno dall’inizio del tragico conflitto che sta insanguinando la martoriata nazione Ucraina. Siamo tutti invitati a pregare per il dono della pace affidando al Signore tutte le vittime della guerra sia del popolo ucraino sia del popolo russo.

Continuiamo a pregare per le vittime del terremoto in Siria e Turchia. Nelle S. Messe di sabato e domenica in tutte le comunità si raccolgano offerte per esprimere la nostra solidarietà alle popolazioni colpite.