OMELIA DEL VESCOVO GIULIANO NELLA S. MESSA CRISMALE
Cattedrale di Vicenza, 2 aprile 2026
Letture: Is 61,1-3.6.8-9; Sal 88; Ap 1,5-8; Lc 4,16-21
Carissimi fratelli e sorelle, cari confratelli vescovi, cari presbiteri e diaconi,
la liturgia della Messa crismale ci riporta ogni anno alla sorgente del ministero. Non anzitutto alle sue fatiche o urgenze o forme organizzative, ma alla sua sorgente. E la sorgente ce l’ha ricordata la Parola di Dio: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione”.
Gesù, nella sinagoga di Nazaret, pronuncia parole che non spiegano soltanto la sua missione; esse rivelano anche il criterio di ogni ministero nella Chiesa. Il consacrato non è unto per la sua realizzazione personale, non è unto per concentrare su di sé e meno ancora per dominare o trattenere. È unto per i poveri, per i prigionieri, per i ciechi, per gli oppressi. È unto, consacrato, per portare sollievo, speranza, libertà.
Ma che parola è questa? In questo tempo? Governanti che infrangono le più normali regole di convivenza civile e del diritto internazionale. Per molti uomini e donne, compresi bambini, anziani e persone disabili non c’è una settimana santa ci sono mesi di passione e di lotta per la sopravvivenza. Campi profughi in tutto il Medio Oriente. Ma anche in Tailandia e Myanmar, in molti paesi dell’Africa. È stato sdoganato il gergo del potere e riaffiorano parole come deportazione, invasione, assassini… fino al reinserimento della pena di morte in paesi considerati democratici. Che cosa possiamo annunciare e vivere, quale parola evangelica significativa? Abbiamo una profezia da vivere e offrire come umile testimonianza?
Credo proprio di sì ed è una profezia relativa al potere che ciascuno di noi, in forme e modi differenti è chiamato ad esercitare. Perché una forma di potere nella Chiesa esiste. Sarebbe ingenuo negarlo. È in sé una realtà buona e ci deriva dall’unzione che abbiamo ricevuto: “pasci i miei agnelli”. Il pastore (parroco o presbiteri che esercitano in solido la cura pastorale) decide, orienta, guida, corregge, custodisce, talvolta deve anche assumere scelte difficili. Così è del vescovo: conferma, discerne, governa. Il diacono partecipa, secondo il suo grado, a questa stessa missione della Chiesa e, potremmo dire, anche l’intero popolo di Dio. Il problema, allora, non è se nella Chiesa vi sia una forma di autorità; il problema è se questa autorità corrisponde davvero a quella che Gesù ha esercitato.
Non mi soffermo sugli aspetti di carattere culturale ed antropologico dell’esercizio del potere. Ne ho offerto alcuni cenni nel messaggio pasquale che viene diffuso in questi giorni. Vado direttamente al profilo teologico del potere rivelatoci da Gesù.
«Nel corso degli attacchi che dovette subire, Gesù fu sicuramente tentato nella sua piena umanità, assunta nel contesto di un popolo e di un’epoca ossessionati dal un messianismo combattivo, di prendere di persona il potere per le vie della violenza. Fu l’ultima seduzione che egli respinse nel deserto» (O. Clement, Il potere crocifisso, Magnano BI, p. 37). Gesù ha scelto la via del “piccolo gregge” dei suoi discepoli e l’ha percorso fino al cuore del potere politico e religioso a Gerusalemme. È là che Gesù esercitò il “potere crocifisso” fino alla risurrezione e all’invio dello Spirito Santo. «Alla dialettica tra l’impotenza e la violenza subentra la dialettica tra la debolezza e la forza: in Cristo l’uomo ritrova la sua vocazione di creatore creato, teso alla manifestazione del regno già segretamente presente» (Ibid.).
Questa è la profezia cui è chiamata la Chiesa oggi. Questa è anche la profezia del nostro ministero. Si potrebbe dire che il potere è evangelico quando accetta il limite. Il potere di Gesù era legato al potere del Padre per il bene dell’intera umanità quando non lo si accetta così diventa diabolico.
Nel nostro ministero il potere senza limite è corrotto spiritualmente e corrompe anche la Chiesa. La questione ha trovato eco nel Documento finale del Sinodo universale (2024) laddove si afferma: “Una distribuzione più articolata dei compiti e delle responsabilità, un discernimento più coraggioso di ciò che appartiene in proprio al Ministero ordinato e di ciò che può e deve essere delegato ad altri, ne favorirà l’esercizio in modo spiritualmente più sano e pastoralmente più dinamico” (n. 74). Mi hanno colpito le due espressioni in modo “spiritualmente più sano” e “pastoralmente più dinamico”. Sono espressioni che dicono una verità: non è in gioco soltanto una migliore organizzazione, è in gioco la salute spirituale del ministero. Un ministero che accentra tutto non è più forte, al contrario è più fragile. Un ministero vissuto in solitaria non è più libero, solitamente è più esposto all’arbitrio. Un pastore che non condivide non è più autorevole, anzi impoverisce sé e gli altri.
A questo punto è necessario chiederci: qual è il perimetro di limite dell’esercizio del potere pastorale del presbitero pastore? In altre parole: a chi e a che cosa siamo legati/vincolati?
Il primo limite/legame è Cristo e il suo Vangelo. Il pastore non è misura a se stesso. Non è criterio ultimo. Non decide a partire da preferenze personali, da simpatie e neppure da stanchezze, timori o equilibri di convenienza. La sua prima obbedienza è Cristo e il Vangelo. Là dove il Vangelo parla, orienta, corregge, noi siamo chiamati ad ascoltare, lasciarci orientare e lasciarci correggere.
Il secondo limite/legame è l’insegnamento della Chiesa con il suo magistero. Nessun ministro è proprietario della fede. Penso alla tradizione “riformata” che ci ha consegnato il Concilio Vaticano II che i papi hanno costantemente accolto e riproposto. Nessun pastore può vivere come se la comunità fosse il prolungamento della propria sensibilità individuale. Il presbitero – e chiaramente anche il vescovo – custodisce la comunione perché vive dentro una tradizione ricevuta, all’interno di una parola interpretata ecclesialmente, camminando con un popolo che non nasce da lui. Questo limite non mortifica, anzi custodisce davvero la fede.
Il terzo limite/legame è dato dalle scelte maturate nel cammino diocesano e confermate dal vescovo. Questa è una dimensione più difficile da vivere oggi rispetto al passato e tuttavia ancora necessaria. Il pastore non presiede una Chiesa privata, ma una porzione concreta della Chiesa diocesana. Le scelte maturate insieme, nel discernimento ecclesiale, e confermate dal vescovo, non sono un vincolo esterno da sopportare; sono una forma concreta della comunione. Il ministero pastorale diventa generativo quando si riconosce inserito in un corpo più grande, in una storia condivisa, in un cammino comune, anche se costruito faticosamente.
C’è anche un quarto limite/legame, molto concreto e molto fecondo: quello posto dalla presenza reale degli altri nelle comunità che ci sono affidate. Penso ad esempio al serio ascolto del sensus fidei del popolo di Dio, agli organismi di partecipazione, ai gruppi ministeriali, alle forme di corresponsabilità, alle associazioni ecclesiali.
Qui tocchiamo un punto delicato, ma decisivo. Il potere pastorale del ministro è evangelico quando si lascia abitare da presenze che lo interpellano, lo aiutano, lo correggono, lo rendono meno autoreferenziale. Non sono un intralcio all’autorità; sono una sua condizione di maturazione. Non sono una concessione democratica estrinseca al ministero della Chiesa; sono uno spazio in cui lo Spirito parla attraverso la varietà dei doni.
Per questo il Cammino sinodale delle Chiese in Italia ha richiesto, con molta concretezza, “che le Chiese locali offrano ai presbiteri e ai diaconi percorsi di formazione permanente alla corresponsabilità ministeriale”, così da far maturare competenze “nell’esercizio dell’autorità e del potere in una logica di servizio, nella gestione dei conflitti, nella cura delle relazioni” (n. 61).
È una parola esigente. Ci dice che l’autorità non basta riceverla sacramentalmente; bisogna anche imparare a esercitarla evangelicamente. E questo chiede continua conversione, disponibilità e intelligenza relazionale, capacità di ascolto, pazienza, attitudine a lavorare insieme.
Talvolta si teme che l’accoglienza del parere della maggioranza di un organismo indebolisca il ministero del pastore. Non è così, se il processo resta ecclesiale e spiritualmente vigilante. Certo, il pastore non è un semplice notaio del consenso altrui. Lo sarebbe quando lui si considerasse estraneo al discernimento comune che precede il suo compito di esprimere la decisione a nome della comunità. Accogliere il parere prevalente maturato seriamente negli organismi di partecipazione e di corresponsabilità non significa rinunciare alla responsabilità propria; significa, forse, esercitarla in modo più evangelico, più umile, più ecclesiale. In molti casi è proprio questo ascolto a rendere il potere generativo, perché lo libera dalla solitudine e lo apre alla sapienza del corpo ecclesiale.
Lascio alla riflessione di ciascuno un’altra grande pista evangelica: il nostro limite, i nostri limiti e ferite possono diventare con Cristo parte integrante della nostra missione. Teresa di Lisieux, Francesco d’Assisi, e più vicino a noi la bella testimonianza di Sammy Basso ce lo confermano.
Concludo riprendendo il teologo O. Clement che ha definito il potere esercitato da Gesù “potere crocifisso” proprio in relazione alla sua passione morte e risurrezione. Questo potere umile e mite è scandalo per il mondo di oggi . Per noi è profezia da offrire all’umanità lacerata da guerre e divisioni.
Volgiamo lo sguardo a Maria, in questo anno giubilare mariano. Maria non ha esercitato un potere visibile, eppure è stata la donna di una singolare forza spirituale. La sua grandezza è stata tutta nell’ascolto, nell’accoglienza, nell’obbedienza, nella custodia, nel lasciar spazio a Dio. In lei vediamo che il limite, quando è abitato dalla fede, non impoverisce la vita: la rende feconda. Maria non trattiene nulla per sé, e proprio per questo diventa madre della Chiesa.
+ vescovo Giuliano





