Omelia nella Veglia pasquale (12 catecumeni ricevono i sacramenti dell’IC) Cattedrale, 4 aprile 2026

Omelia nella Veglia pasquale (12 catecumeni ricevono i sacramenti dell’IC)

Cattedrale, 4 aprile 2026

Letture: Es 14,15-15,1 e Es 55,1-11; Is 15,1-11 e Is 12,2-6; Bar 3,9-15.32-4,4 e Sal 18; Rm 6,3-11 e Sal 117; Mt 28,1-10

Fratelli e sorelle carissimi,

questa è la notte in cui la Chiesa si ferma davanti all’opera di Dio. Non tanto per spiegarla quanto per lasciarsi avvolgere e farle spazio nel silenzio del cuore.

Abbiamo ascoltato letture molto grandi. Eppure, se volessimo raccoglierle in un’unica immagine, potremmo dire: questa notte Dio conduce l’uomo attraverso le acque.

Le acque del mare, che si aprono davanti a Israele impaurito.

Le acque invocate dal profeta per ogni assetato.

Le acque della sapienza, che custodiscono la vita.

Le acque del Battesimo, nelle quali l’uomo vecchio viene deposto e nasce una creatura nuova.

L’acqua, nella Scrittura, è sempre qualcosa di serio. Pensiamo al diluvio o al profeta Giona: può travolgere, può spaventare, può farci sentire piccoli. Ma pensiamo anche alle acque che scorrono lungo il tempio o a quelle del primo salmo: l’acqua può rigenerare, rendere rigogliose le piante, dissetare, e anche lavare. L’acqua ha la forza di passare e produrre qualcosa. L’acqua è un passaggio. E la Pasqua è precisamente questo: un passaggio operato da Dio.

Israele non apre il mare. Israele passa. Non si salva da sé. Si affida.

Forse questa è già una parola per tutti noi. Noi ci illudiamo spesso di capire tutto, governare tutto, risolvere tutto. E Dio ci spiazza. La salvezza di Dio accade spesso in un modo più umile e più povero: chiedendo fiducia. Una fiducia talvolta nuda. Una fiducia che non possiede già la riva opposta, ma accetta di camminare dentro un varco aperto dal Signore.

Poi abbiamo ascoltato l’invito del profeta: “O voi tutti assetati, venite all’acqua”. È una delle parole più consolanti di tutta la Scrittura. Dio non chiama i forti o gli arrivati. Chiama gli assetati, chi porta una mancanza, una ferita, una ricerca, forse anche una lunga inquietudine perché sa che il nostro limite è una finestra aperta su di Lui.

In questa notte noi contempliamo con gratitudine proprio questo mistero della sete.

Cari catecumeni, voi siete qui perché a un certo punto della vostra vita avete preso sul serio questa sete. Non l’avete soffocata. Non l’avete riempita con parole facili. Avete consentito che diventasse domanda, cammino, attesa.

E la Chiesa stanotte riconosce in voi un segno molto prezioso: il segno che Dio continua a chiamare uomini e donne di popoli diversi, di lingue diverse, di vicende diverse, e li raduna in un solo corpo.

Voi venite dall’Italia, dal Ghana, dalla Costa d’Avorio, dal Cameroun, dal Perù. E questa varietà, in questa notte, non è un elemento secondario per la nostra Chiesa vicentina. È quasi una piccola epifania della Chiesa. Perché il Risorto non appartiene a un popolo solo, a una cultura sola, a una sensibilità sola. Egli attira tutti a sé. E nella sua Pasqua le differenze non si annullano, ma si ritrovano in una comunione più profonda.

Abbiamo ascoltato il profeta Baruc: “Dov’è la sapienza? Dove si trova la forza?”  È una domanda che attraversa ogni esistenza. Perché non basta vivere: occorre trovare la via della vita. Non basta desiderare il bene: occorre riconoscerne il sentiero.

E la Scrittura ci dice con semplicità che questa sapienza non nasce dal puro sforzo dell’uomo. È un dono che va accolto, custodito e amato.

Per questo la vita cristiana, dopo il Battesimo, non sarà una perfezione raggiunta una volta per sempre. Sarà piuttosto un rimanere: nella Parola, nell’Eucaristia, nella comunione della Chiesa. Rimanere nelle beatitudini di Gesù anche quando sembrano difficili, persino quando sembrano perdere.

San Paolo ci ha portati al centro: “Per mezzo del Battesimo siamo stati sepolti con Cristo nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova”.

Qui la Chiesa tace quasi con timore. Perché sa che sta toccando un mistero immenso. Nel Battesimo non accade soltanto qualcosa “per” noi. Accade qualcosa “in” noi. Cristo ci raggiunge in profondità. Scende là dove l’uomo è più vulnerabile: nel peccato, nella paura, nella morte. E da lì fa nascere una possibilità nuova.

Per questo la gioia pasquale è una gioia che passa attraverso una morte; una luce che non ignora la notte, ma la attraversa.

Anche il Vangelo di Matteo conserva questo carattere così intenso. Non ci mostra una scena dolce. Ci mostra un terremoto, una pietra rovesciata, uno splendore che scuote, un timore profondo. La risurrezione è l’irruzione di Dio.

E tuttavia, proprio dentro questa potenza che fa tremare, appare la parola più mite: “Non abbiate paura”.

Questa parola ritorna sempre quando Dio si fa vicino. Perché l’uomo, davanti al mistero, ha paura. Ha paura anche davanti al bene troppo grande. Ha paura di consegnarsi. Ha paura che Dio chieda troppo. Ha paura di non essere all’altezza.

E invece il Risorto dice: non temere. Non perché il cammino sarà facile, bensì perché tu non sarai solo.

C’è poi un dettaglio del Vangelo che questa notte consola profondamente: le donne corrono, ma è Gesù risorto che va loro incontro. È una delle parole più semplici e più luminose della fede cristiana. Noi pensiamo spesso di dover raggiungere Dio con il nostro sforzo, quasi scalando una montagna interiore. Il Vangelo invece ci dice: cammina, sì; cerca, sì; ma sappi che, mentre tu lo cerchi, Lui ti viene incontro.

Cari catecumeni, custodite questo nel cuore. Il Signore che tra poco vi farà scendere nell’acqua del Battesimo, vi ungerà nello Spirito e vi nutrirà del suo Corpo, è lo stesso Signore che domani, nei giorni feriali della vita, continuerà a venirvi incontro. Nelle ore luminose e in quelle opache. Nella consolazione e nella prova. Nella fraternità e nella solitudine. Nella fedeltà gioiosa e perfino nelle riprese faticose del cammino.

Fra poco riceverete la veste bianca, quella stesa che i fratelli e le sorelle del cammino neocatecumenale indossano già concludendo un lungo cammino di riscoperta del battesimo. È un segno molto delicato. Dice la bellezza di una vita toccata da Cristo. Una vita che splende della stessa luce di Gesù trasfigurato sul monte Tabor. Dice una dignità di figli amati che solo Dio ci svela pienamente. Dice anche una responsabilità silenziosa: custodire la grazia.

E anche noi tutti, fratelli e sorelle, in questa Veglia siamo qui per lasciarci nuovamente chiamare per nome. Per ritrovare la grazia del nostro Battesimo. Per lasciar rotolare via qualche pietra che ancora chiude il sepolcro della nostra esistenza.

+ vescovo Giuliano