Comunità cristiane generative: a quali condizioni? Assemblea diocesana sinodale – Vicenza, 6 giugno 2026

Comunità cristiane generative: a quali condizioni?

Assemblea diocesana sinodale – Vicenza, 6 giugno 2026

1. Introduzione

Desidero innanzitutto ringraziare tutti voi per la partecipazione a questa Assemblea diocesana che vuole essere una assemblea di carattere sinodale, specialmente con la presenza dei membri del Consiglio pastorale diocesano, del Consiglio presbiterale e delle Piccole équipe di unità pastorale che accompagnano il cammino diocesano.

Sinodale perché questa mattina ha voluto che fossimo tutti coinvolti nel condividere come stiamo vivendo nei nostri organismi specialmente il Consiglio Pastorale Unitario.

Come ha ricordato a noi vescovi italiani Papa Leone lo scorso 28 maggio: «Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia richiama il valore degli organismi di partecipazione, come luoghi nei quali il discernimento delle comunità può prendere corpo. Non basta, però, che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero». Questo è il compito che viene affidato a livello locale ai parroci e presbiteri che esercitano in solido la cura pastorale nelle parrocchie delle nostre unità pastorali e pure a tutti i laici e consacrati di buona volontà. A livello diocesano sarà il “Laboratorio pastorale” ad accompagnare il cammino sia con la disponibilità ad intervenire a livello locale sia con la programmazione di alcuni incontri di formazione per i “moderatori laici” dei consigli pastorali unitari.

La consegna del testo “È parso bene allo Spirito Santo e a noi” (At 15,28). Principi ispiratori, Statuto e Regolamento del Consiglio pastorale unitario, frutto di un lungo lavoro di discernimento dei nostri organismi diocesani, rappresenta solamente la tappa di un cammino che siamo chiamati a continuare nei prossimi mesi e anni.

In questo mio intervento pomeridiano desidero abbozzare i tratti dei prossimi passi che il cammino sinodale finora compiuto ci chiede di compiere. Molti mi chiedono, verso quale orizzonte sta camminando la nostra chiesa vicentina?

Vi confesso, innanzitutto che sono molto grato al Signore, perché mentre ci troviamo a confrontarci con “altre prospettive di vita” rispetto a quelle evangeliche “e con sfide antropologiche inedite”, la nostra chiesa diocesana non è ferma e immobile. La grande opportunità che ci è offerta in questo tempo di mutamenti epocali – ci ha ricordato papa Leone il 28 maggio scorso – è «riportare al centro il Vangelo»: questo «è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge».

Anche la Chiesa cattolica, nella quale non mancano scandali e resistenze, è una Chiesa viva, in cammino, profondamente inserita nelle vicende del mondo con i numerosi popoli che invocano pace e con l’insegnamento tanto attuale quanto profetico della prima enciclica di papa Leone. Non è vero che la chiesa è chiusa nelle sacrestie o ripiegata su devozioni intimistiche. La Chiesa oggi viene non solo interpellata, bensì ricercata. Come ha affermato il nostro conterraneo card. Pietro Parolin, oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, «la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia» e offrire

«un contributo al bene dell’intera famiglia umana». E farlo attraverso il dialogo. Questo è il principale aspetto di novità, secondo Parolin: all’epoca di Leone XIII «alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti politici, economici e industriali che orientavano la trasformazione sociale»; oggi «questo confronto è già avviato», e coinvolge «istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca». La Chiesa vi partecipa

«con fiducia e libertà», nella convinzione che «l’ascolto degli interlocutori» renda più concreto il suo servizio e più incisivo il suo contributo alla custodia dell’umano.

 

2. Il cammino sinodale e le consegne dei vescovi italiani: Radicati e costruiti in Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia

Prima di indicare alcuni passi del nostro cammino diocesano desidero sottolineare che non sono prospettive calate dall’alto che la diocesi di Vicenza vive isolatamente. Sono frutto del cammino sinodale che papa Francesco ha promosso in tutta la Chiesa e che le chiese che sono in Italia hanno condiviso. Le assemblee nazionali alle quali abbiamo partecipato hanno visto seduti attorno allo stesso tavolo laici e laiche, presbiteri e diaconi, consacrate/i e vescovi. La prima fase di ascolto, durata un biennio, è stata chiamata “fase narrativa”, la seconda “fase sapienziale” nel 2023-2024 ha offerto un discernimento approfondito a quanto ascoltato, la terza fase “profetica” ci ha coinvolti nell’individuare alcune scelte che ora siamo chiamati a incarnare nella vita delle nostre comunità. Questo è il compito che ci è affidato nei prossimi quattro anni pastorali.

È stato un lavoro la cui preziosità va riconosciuta nello stile nuovo che si è iniziato ad assumere e che richiederà del tempo per essere pienamente acquisito. È lo stile sinodale del discernimento che ha portato le nostre chiese italiane, con non poche sorprese dello Spirito, a ritrovarsi intorno a 124 proposte operative nei tre grandi ambiti che ci viene chiesto di riformare: “il rinnovamento sinodale e missionario della mentalità e delle prassi ecclesiali”, “la formazione sinodale e missionaria dei battezzati” e “la corresponsabilità nella missione e nella guida della comunità”.

Un lavoro molto ricco, con uno sguardo ampio alla vita ecclesiale e sociale che noi vescovi italiani, riuniti in assemblea ad Assisi nel novembre scorso abbiamo pienamente recepito il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia “Lievito di pace e di speranza”.

Nel maggio scorso, come vescovi, abbiamo condiviso alcune Linee di orientamento che non sostituiscono le singole scelte da attuare ma sono aspetti che attraversano l’intero cammino e consideriamo punti di riferimento improrogabili (una specie di bandierina tenuta in alto dalla guida che accompagna il gruppo di pellegrini.

I punti di riferimento individuati sono quattro:

  • Riportare al centro il dono della fede.

  • Puntare sulla vita comunitaria.

  • Dare impulso alla corresponsabilità differenziata.

  • Verificare l’adeguatezza delle strutture.

Per come ho potuto conoscere in questi anni la chiesa di Vicenza, posso dire che ci sentiamo pienamente inseriti in questi quattro grandi orientamenti di rinnovamento.

Certamente essi vanno ulteriormente declinati alla luce dei percorsi che nei decenni successivi al Concilio Vaticano II la nostra chiesa ha maturato: dal Sinodo diocesano celebrato con il vescovo Arnoldo Onisto, alle scelte raccolte in differenti documenti dei vescovi Giacomo Nonis, Cesare Nosiglia e Beniamino Pizziol.

Pensando ad una espressione che potesse caratterizzare in modo sintetico il cammino che ci attende nei prossimi anni, riprendo un passo di papa Leone nell’incontro che ha avuto con noi vescovi: «Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza».

Perciò ci accompagnerà questo compito: essere Comunità cristiane generative.

3. Maria immagine della Chiesa nell’atto generativo della fede

Considero provvidenziale che la nostra Chiesa vicentina stia vivendo l’Anno giubilare mariano di Monte Berico. Fissare lo sguardo su Maria non comporta un semplice benché importante atto di devozione nei confronti della Madre del Signore. Guardando a Lei noi siamo condotti a lasciarci pro-vocare cioè chiamare nuovamente a riconsiderare il nostro essere comunità cristiana, il nostro essere Chiesa.

Vi propongo di lasciarvi coinvolgere in questa grazia provvidenziale. Ed ora in un piccolo atto di sguardo contemplativo, fissiamo l’attenzione su La Madonna del Parto, capolavoro di Piero della Francesca conservato a Monterchi in Valtiberina, è una delle più belle immagini della maternità. Ed è stata a lungo oggetto di una profonda venerazione popolare, che per certi versi continua ancora oggi.

Maria è raffigurata nei panni di una qualunque gestante, priva di alcun attributo regale, quasi “fotografata” in un gesto del tutto naturale: in piedi, inarca la schiena in avanti e porta una mano sul fianco per reggere meglio il peso del ventre rigonfio, mentre con la mano destra lo accarezza teneramente, dischiudendo i lacci della veste a suggerire ormai il compimento del tempo della gravidanza.

Maria, come immagine della Chiesa (imago Ecclesiae), rappresenta la vocazione fondamentale della comunità cristiana: generare continuamente alla fede i figli ad immagine del Figlio. Come il parto della Vergine implica fatica, rischio e totale donazione di sé, così la Chiesa è chiamata a un’esistenza generatrice, caratterizzata dal “sì” oblativo e dalla docilità a Dio. Una comunità cristiana autentica non può essere autoreferenziale o auto-contemplativa, ma deve riconoscersi essenzialmente nell’opera dell’evangelizzazione, che costituisce la sua vocazione primaria e la sua missione apostolica. Gli angeli del velario — vestiti di verde (speranza) e di rosso (amore) — simboleggiano tutti coloro che, dentro e fuori la comunità, creano le condizioni perché il miracolo della vita continui, in uno spirito di collaborazione stimata e fraterna. Il velario stesso, prezioso all’esterno e rivestito di vaio all’interno, evoca la nobiltà nascosta del lavoro evangelizzatore, fatto di piccoli tasselli che formano il grande tessuto vitale della Chiesa. In sintesi, riprendendo i grandi autori spirituali medievali e la visione di papa Francesco, la Chiesa è chiamata ad essere una “chiesa in uscita” e una “chiesa partoriente”, che attraverso l’iniziare alla vita cristiana, la catechesi e la formazione, continua a incarnare nel mondo il Verbo di Dio.

4. Prima condizione per essere Comunità cristiane generative: la fede

Radicati e costruiti in Cristo. Dal Cammino Sinodale delle Chiese che sono in Italia, raccolto nel testo Lievito di pace e di speranza (LPS), emerge con forza la necessità di tornare a connettere la vita quotidiana, le culture e il Vangelo. Il dato di partenza è chiaro: la società civile non fa più normalmente riferimento al Vangelo nel suo modo di pensare, scegliere e vivere. Questa distanza interpella profondamente la Chiesa e chiede un discernimento sincero, capace di riconoscere che la trasmissione della fede cristiana non può più essere considerata un processo automatico o scontato.

Il cambiamento in atto, pur segnato da difficoltà e fatiche, può diventare una sfida positiva e un’occasione per offrire una testimonianza profetica. Il Cammino Sinodale ha infatti messo in luce il calo della partecipazione, la diminuzione delle risorse umane, la fatica nella cura pastorale e l’allontanamento di molti giovani dalla vita delle comunità. In questo contesto, sono soprattutto le Chiese locali a essere chiamate a recepire concretamente quanto emerso, traducendolo nei diversi territori e nelle diverse situazioni ecclesiali.

Una linea fondamentale riguarda quindi la fede vissuta, trasmessa e celebrata, insieme alla formazione permanente dell’intero popolo di Dio. La liturgia va ricentrata sul Mistero di Cristo, perché in essa la fede diventa esperienza concreta, comunitaria e salvifica. Allo stesso tempo, le forme tradizionali di trasmissione della fede non risultano più sufficienti, soprattutto nei confronti dei giovani. Per questo le comunità cristiane sono chiamate a essere sempre più missionarie e “in uscita”, capaci di ascoltare realmente la vita delle persone, condividere il loro cammino e alimentare continuamente la fede attraverso la testimonianza, la formazione e la celebrazione.

Vogliamo dedicare il prossimo anno pastorale ad approfondire questa mission delle nostre parrocchie e comunità cristiane. E ci facciamo aiutare da un’altra opera d’arte.

Il dipinto intitolato Gesù nella casa dei genitori fu la prima opera importante a sfondo religioso del pittore preraffaellita John Everett Millais. Nel 1850 fu esposto per la prima volta alla Royal Academy accompagnata da un passo della Bibbia. Il dipinto non fu benevolmente accolto da pubblico e dalla critica, offesi dalla “volgarizzazione” dell’evento sacro. Uno dei più duri critici fu Charles Dickens. Ma una delle cifre stilistiche degli artisti Preraffaelliti fu proprio quella di raffigurare il vero. John Everett Millais si spinse quindi a studiare e riprodurre nei minimi dettagli una falegnameria esistente in Oxford Street. L’artista volle rappresentare anche le pecore copiandole dal vero. La sua interpretazione risulta infatti estremamente realistica. Il volto di San Giuseppe è un ritratto di suo padre, le braccia e le mani sono quelle di un vero falegname. Maria fu ispirata dalla cognata Mary Hodgkinson. Nei panni di Giovanni Battista un cugino adottivo, Edwin Everett. Infine il figlio di un amico, Nöel Humphreys, interpretò invece Gesù adolescente.

La scena raffigura la Sacra Famiglia nella bottega di Nazaret, dove Gesù adolescente si è ferito la mano con un chiodo. Attorno a lui si radunano Maria, Sant’Anna, San Giuseppe e il giovane Giovanni, ciascuno intento a soccorrerlo con gesti di premura e amore familiare.

Al di là della scena quotidiana, l’artista dissemina nell’opera numerosi rimandi simbolici alla Passione di Cristo: la ferita al palmo e il sangue che cade sul piede prefigurano la crocifissione, mentre la scala e il ripiano sullo sfondo evocano la croce. Gli strumenti da falegname — tenaglie, martelli, chiodi, verghe — alludono agli strumenti della Passione.

Altri elementi arricchiscono il significato teologico: la colomba e la squadra rinviano allo Spirito Santo e al mistero trinitario, Giovanni con la ciotola d’acqua anticipa il battesimo di Cristo, e il gregge visibile oltre la porta richiama Gesù come agnello immolato e buon Pastore. Solo Maria, con lo sguardo della fede, sembra intuire pienamente il significato profetico di ciò che si sta compiendo.

Perché presentare una tale immagine come illustrazione del fatto, del dinamismo, dei caratteri dell’annuncio come evento comunitario ecclesiale?

Innanzitutto perché l’esperienza della fede è l’unica in grado di offrire uno sguardo illuminato sugli eventi della vita.

Inoltre perché l’esperienza dell’annuncio si avvale di tutta una serie di esperienze parole incontri, relazioni che guidano e mediano un evento della grazia per mezzo di umanissimi fatti e parole. Dobbiamo infatti rifuggire da un mero razionalismo in cui la perfezione di un quadro sistematico logico-razionale presuma di sostituirsi alla complessità di un evento esistenziale che segue la via dell’incarnazione: fatti e parole sono la lingua parlata nella famiglia di Nazareth, la famiglia del Figlio di Dio fatto uomo.

Nell’insieme delle relazioni ecclesiali, familiari, personali c’è però bisogno di qualcuno che aiuti a cogliere il senso profondo degli accadimenti. Da una condizione legata ai bisogni, alle paure, o ai desideri, l’annunciatore è colui che sa guidare come un moderno pedagogo a coglierne il valore salvifico e universale. Uno sguardo illuminato dalla lunga frequentazione della Scrittura aiuta a cogliere la pedagogia di Dio e anche i tempi attraverso i quali Dio rispetta il nostro cammino di credenti.

La comunità media ed educa alla fede attraverso la testimonianza di fatti e parole. Infatti ciò che diventa oscuro per molti, per altri invece è luogo ove Dio parla e agisce. La sapienza ecclesiale (il cristiano “adulto”) insegna a guardare alla vita con speranza e compassione, sa soccorrere, asciuga le lacrime, guarisce le ferite, si china sul dolore dei bambini e degli anziani. Ma perché questo avvenga è necessaria questa dimensione motivazionale che passa attraverso molteplici testimoni.

Maria più di tutti qui sa leggere il quotidiano, forse anche un piccolo evento familiare doloroso, nel quadro della fede e della Rivelazione. Maria nella catechesi è colei che per mezzo dello Spirito apre il cuore all’intelligenza spirituale degli eventi.

Maria da sempre è colei che conserva nel cuore le parole del figlio Gesù e le medita dentro di sé: maestra di interiorità è icona dell’evangelizzazione e modello della formazione. È immagine del discepolo orante e vigilante. Ogni fatto, ogni esperienza positiva o negativa diventano così cifre salvifiche.

Lo stesso Spirito del Risorto guida la comunità all’intelligenza delle Scritture perché portino frutto in cuori docili e generosi. La dimensione simbolica della fede aiuta infatti a riconoscere che tutto è “evento salvifico”, tutto rinvia a Gesù e al Vangelo.

Inoltre il carattere fondamentale dell’annuncio, nella sua dinamica pedagogica dell’iniziazione cristiana, è quello proprio di una “esperienza”, ove l’osservazione e la comprensione degli eventi (esperire) avviene soltanto per via della fede quotidiana illuminata dalla Parola del Vangelo.

Questa prima condizione, impegnerà il cammino sinodale dell’anno pastorale prossimo (con le tappe che ci verranno suggerite nell’intervento successivo a questo e nell’Assemblea di inizio anno che abbiamo previsto presso il Teatro Comunale il 19 settembre p.v. perché coinvolgerà anche tutti coloro che svolgono un servizio di accompagnamento alla vita cristiana: catechisti battesimali, catechisti dei fanciulli, animatori ed educatori dei ragazzi e dei giovani, capi scout).

Mi preme sottolineare l’importanza di uscire dall’idea che questa dimensione dell’annuncio sia affare di alcuni. Abbiamo la necessità di coinvolgere le comunità cristiane nella loro totalità per verificare le pratiche di annuncio e accompagnamento attuali e lasciarci accompagnare dallo Spirito per individuare anche nuove forme capaci di esprimere la fede evangelica.

A questo proposito, nell’ultima assemblea dei vescovi italiani mi ha colpito la comunicazione del vescovo di Nîmes (Francia) sulla richiesta di battesimo degli adulti e giovani. Sono stati 13.200 gli adulti battezzati nella notte di pasqua in Francia (il 20% in più rispetto all’anno scorso). L’84% ha tra i 18 e i 40 anni. Negli ultimi due anni è cresciuta la richiesta di battesimi da parte degli adolescenti: 8.200 quest’anno (hanno tra gli 11 e i 18 anni). Come si spiega questo fenomeno – si è chiesto il vescovo! E ha risposto in questo modo: «Una cosa è certa: questi battesimi non sono la conseguenza diretta delle nostre iniziative missionarie, come se avessimo trovato una buona strategia di evangelizzazione. Anche se c’è un vero slancio missionario in Francia, non possiamo dire che tutti questi catecumeni siano stati toccati dai nostri progetti pastorali» (S.E. Mons. Nicolas Brouwet).

E ha spiegato che i motivi principali per cui chiedono il battesimo sono: 1) “La convinzione interiore, spesso fin dall’infanzia, che Dio esiste, che qualcuno ci ha dato la vita… che è misteriosamente presente nella nostra vita”. 2) “Riprendere una vita cristiana, perché hanno sperimentato la tenerezza di Dio nel momento delle prove: la malattia, le dipendenze, la mancanza di lavoro, le rotture coniugali…”. 3) Per altre persone va tutto bene, hanno un buon lavoro, una famiglia amorevole, un certo confort nella vita, ma non trovano un senso a tutto questo. 4) “L’esperienza della maternità o della paternità: la gioia di essere padre o madre di un bambino… […] spesso, la testimonianza dei bambini o degli adolescenti che preparano la loro prima comunione o la loro cresima, che spinge i genitori a seguirli”.

Mons. Nicolas conclude: «Infatti, siamo circondati da persone che cercano Dio e che cercano testimoni per parlare loro di Dio. Non in modo proselitico, non imponendosi con discorsi o ragionamenti, ma rivelando loro la presenza di un Dio d’amore, di un Dio fragile, di un Dio che si è donato per salvarci, di un Dio che ci chiama a condividere la propria vita. È lì che ci aspettano».

Questa analisi vale per la Francia, ma credo abbia anche qualche punto di interesse per noi e per i nostri adulti, specialmente genitori che incontriamo nei percorsi di iniziazione alla vita cristiana dei loro figli. Sono genitori spesso travolti da ritmi intensi di vita, con domande inespresse ma non meno importanti da saper ascoltare e interpretare. Credo che anche noi siamo circondati da persone che cercano Dio e che cercano testimoni per parlare loro di Dio.

5. Seconda condizione per essere Comunità cristiane generative: discernere carismi e ministeri

Dal Cammino Sinodale delle Chiese che sono in Italia emerge l’esigenza di assumere con lucidità una nuova consapevolezza: la fede non può più essere data per scontata e la sua trasmissione non riguarda solo alcuni, ma l’intero popolo di Dio. Per annunciare e testimoniare il Vangelo in un contesto sempre più distante dalla vita ecclesiale, è indispensabile promuovere una vera corresponsabilità di tutti i battezzati, donne e uomini, riconoscendo che lo Spirito suscita nella Chiesa una pluralità di carismi e ministeri.

In questa prospettiva, le comunità cristiane sono chiamate a diventare più generative: non comunità centrate soltanto sul ministero del presbitero, ma realtà vive, fraterne e missionarie, capaci di valorizzare la presenza dei laici nei diversi ambienti della vita sociale, familiare, culturale, lavorativa e politica. La missione della Chiesa passa infatti anche attraverso la testimonianza quotidiana dei cristiani nel mondo, là dove il Vangelo può illuminare e trasfigurare le relazioni, le scelte e le strutture della società.

Per questo diventa urgente sviluppare gli organismi di partecipazione a livello parrocchiale e diocesano, rendendoli effettivi e non solo formali. Allo stesso tempo, occorre promuovere pratiche di trasparenza, valutazione e rendicontazione, perché la corresponsabilità non resti un principio astratto, ma diventi stile concreto di vita ecclesiale.

Un punto decisivo riguarda poi i ministeri battesimali. Il testo sottolinea la necessità di una comunità pluri-ministeriale, nella quale alcuni battezzati, donne e uomini, assumano ministeri istituiti o di fatto per il bene della comunità e per il servizio al mondo. Questo permette di superare forme ancora clericali o monocratiche di guida pastorale e favorisce uno stile più sinodale, fraterno e condiviso, anche attraverso équipe pastorali e gruppi ministeriali.

La promozione di carismi e ministeri appare quindi non come un semplice adattamento organizzativo, ma come una scelta ecclesiale necessaria. Essa consente alle comunità cristiane di riconoscere i doni dello Spirito, valorizzare la corresponsabilità differenziata dei battezzati, sostenere il ministero dei presbiteri e dei diaconi, evitare l’isolamento dei preti e rendere la Chiesa più capace di generare fede, relazioni fraterne e testimonianza evangelica nel mondo di oggi.

Questa seconda condizione potrà impegnare il nostro cammino sinodale nell’anno pastorale 2027-2028.

6. Terza condizione per essere Comunità cristiane generative: ripensare e rinnovare le strutture perché siano funzionali all’annuncio del Vangelo oggi

È necessario che come Diocesi e parrocchie ci interroghiamo con serietà sulla funzionalità delle nostre strutture e sul modo in cui vengono amministrate. Alcune strutture sono necessarie per sostenere la vita di fede e la sua trasmissione, ma quando diventano eccessive o assorbono troppe energie, soprattutto da parte dei presbiteri ma non solo, rischiano di appesantire la missione ecclesiale e di togliere slancio all’annuncio del Vangelo.

Per questo – come ci invita il Cammino sinodale in Italia – nei prossimi anni, le Chiese locali saranno chiamate a scelte coraggiose e competenti, capaci di immaginare nuove modalità di gestione e amministrazione. Occorrerà vigilare perché le strutture non diventino una zavorra, ma restino strumenti al servizio della libertà evangelica. In un tempo di grandi cambiamenti, ogni comunità è quindi chiamata a ripensare la propria organizzazione, i propri luoghi e le proprie attività, non per cancellare il passato o moltiplicare nuove strutture, ma per rendere più efficace la trasmissione della fede e più significativa la presenza della Chiesa nella storia di oggi.

Questa terza condizione potrà impegnare il nostro cammino sinodale nell’anno 2028-2029.

7. Conclusione

Concludo con l’appello che Papa Leone ha rivolto a noi vescovi e a tutte le nostre chiese.

«Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: “Abbiamo trovato il Messia” (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza» (28 maggio 2026).

 

+ vescovo Giuliano