Omelia nel mercoledì santo presso l’Ospedale San Bortolo
Vicenza, 1 aprile 2026
Letture: Is 50,4-9; Sal 68; Mt 26,14-25
All’inizio di questa celebrazione desidero rivolgere un saluto cordiale e rispettoso al nuovo Direttore Generale dell’Ulss 8 Berica, dott. Peter Assembergs, augurandogli un servizio fecondo, illuminato da sapienza, equilibrio umano e sincera attenzione verso i malati, gli operatori sanitari e tutte le persone che vivono quotidianamente questo luogo di cura e di speranza.
Saluto anche i medici, gli infermieri, il personale sanitario e amministrativo, il Cappellano don Michele con gli altri preti collaboratori, i volontari, i familiari e soprattutto i malati, che oggi portiamo con particolare intensità nel cuore del Signore.
In questi giorni santi la Chiesa ci invita a rallentare il passo interiore e a fissare lo sguardo su una figura misteriosa e luminosa: il Servo di Jahvé. È una figura che attraversa le pagine del profeta Isaia e che la tradizione cristiana ha riconosciuto come una grande preparazione al mistero di Gesù. Non si tratta solo di una profezia da capire con la mente; si tratta piuttosto di una presenza da contemplare con il cuore.
Il Servo dice: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo… ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”. C’è, all’inizio, un tratto che colpisce: il Servo non è anzitutto uno che parla, ma uno che ascolta. Prima di affrontare il dolore, prima di portare il peso degli altri, prima ancora di esporsi all’insulto e alla violenza, egli vive di ascolto. È come se la Scrittura ci dicesse che non si entra nel mistero della sofferenza umana con parole facili, né con spiegazioni affrettate, ma con un orecchio aperto a Dio.
Questo è molto importante soprattutto in un ospedale. Qui il dolore umano si presenta in forme molteplici: la malattia del corpo, la fatica psichica, la paura degli esami, l’incertezza di una diagnosi, la solitudine dei ricoveri, la stanchezza di chi cura, il senso di impotenza di chi accompagna una persona amata. Di fronte a tutto questo, la prima cosa che la Parola di Dio ci suggerisce non è di “spiegare”, ma di ascoltare. Ascoltare Dio e ascoltare l’uomo. Ascoltare il gemito, il silenzio, la domanda inespressa. Anche Gesù, nel suo cammino verso la Pasqua, non si sottrae a questo ascolto profondo.
Il Servo di Isaia prosegue con parole forti: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Qui tocchiamo un punto che ci turba. La sofferenza non è addolcita; è reale, concreta, umiliante. La Bibbia non nasconde nulla del peso che l’uomo può portare.
E tuttavia il profeta aggiunge subito: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato”. In mezzo alla sofferenza, il Servo non smarrisce la relazione con il Padre. Non perde il suo centro. Non si chiude nella disperazione. Non reagisce con odio. Resta dentro una fiducia nuda, povera, essenziale.
Ecco la novità decisiva che Cristo ha portato alla sofferenza umana. Egli non l’ha cancellata magicamente, non l’ha rimossa dalla storia, non l’ha spiegata con una teoria. L’ha assunta. È entrato nel dolore, nell’abbandono, nell’ingiustizia, nella paura della morte. Ma lo ha fatto con un cuore totalmente rivolto al Padre e insieme totalmente aperto agli uomini. In Gesù la sofferenza non diventa meno dura; diventa però un luogo in cui può brillare l’amore.
Il Vangelo di oggi ci conduce in un altro punto ancora più doloroso: il tradimento di Giuda. Siamo nel clima dell’ultima cena, e già l’ombra della consegna si allunga sulla tavola della comunione. Colpisce il contrasto: da una parte il gesto di Gesù che offre il pane, dall’altra il cuore dell’uomo che si chiude al mistero dell’amore e calcola il prezzo del tradimento.
Anche qui il Vangelo non indulge in moralismi superficiali. Giuda non è solo “il cattivo” della storia. È piuttosto una figura tragica; un fratello che ci obbliga a guardarci dentro. C’è un poco di Giuda ogni volta che l’uomo, invece di affidarsi, preferisce controllare o mettere il proprio interesse al di sopra della verità.
Ma ciò che più impressiona, nel racconto evangelico, non è anzitutto il gesto di Giuda. È il modo con cui Gesù lo attraversa. Gesù sa, vede, non è ingenuo. Eppure non risponde con durezza vendicativa. Non umilia il traditore davanti agli altri. Non spezza la tavola. Fino all’ultimo, il Signore mantiene uno stile di dolorosa mitezza. C’è in lui una sofferenza attraversata dalla misericordia.
Questo è un grande insegnamento per tutti noi. La sofferenza, quando viene vissuta senza Dio, rischia di indurire il cuore. Può far nascere risentimento, chiusura, ribellione sterile. In Cristo, invece, vediamo un’altra possibilità: la sofferenza può diventare un luogo di verità, di affidamento, perfino di compassione. Non perché sia buona in sé, ma perché l’amore di Dio può abitarla e trasfigurarla dall’interno.
Per questo, in un luogo come l’ospedale, contemplare il Servo di Jahvé non è un esercizio devoto secondario. È una via per comprendere qualcosa del mistero dell’uomo. Qui impariamo che il malato non è solo uno che “ha bisogno”; è una persona che, nel suo corpo ferito e nella sua vulnerabilità, ci rimanda a Cristo stesso. Qui impariamo che chi cura non svolge soltanto una funzione tecnica, pur necessaria e preziosa, ma tocca ogni giorno il confine delicato tra fragilità e speranza. Qui impariamo che la fede non toglie il dolore, ma impedisce che il dolore abbia l’ultima parola.
Il Salmo oggi ci fa pregare con accenti molto umani: “Per te io sopporto l’insulto”, “mi divora lo zelo per la tua casa”. Sono parole che sembrano uscire da un cuore ferito ma ancora capace di rivolgersi a Dio. Penso ai malati che pregano senza più avere molte parole. Questo, agli occhi di Dio, è prezioso. Il Servo di Jahvé ci insegna che il dolore accolto nella fiducia non è mai sterile.
E c’è un altro tratto da custodire. Il Servo oltre a vivere una profonda fiducia nel Padre; vive anche un’immensa misericordia verso gli uomini. In Gesù, questa misericordia giunge fino al limite estremo: ama coloro che lo fraintendono, lo abbandonano, lo tradiscono, lo condannano. Questa è la vera rivoluzione cristiana. Non una forza che schiaccia il male dall’esterno, ma un amore che entra nel male senza lasciarsene contagiare.
Chiediamo al Signore, per tutti coloro che vivono e operano in questo ospedale, il dono della sapienza del cuore. Ai malati, la consolazione e la forza. Ai familiari, la pazienza e la speranza. A chi cura, competenza unita a umanità. A chi ha responsabilità di guida e di governo, lucidità, equilibrio e spirito di servizio. E a tutti noi, la grazia di riconoscere nel volto del Cristo sofferente il segreto più profondo della dignità dell’uomo. Amen.