Omelia nella celebrazione Eucaristica per la Curia diocesana
Santuario di Monte Berico, 1 aprile 2026
Letture: Is 50,4-9s; Sal 68; Mt 26,14-25
Fratelli e sorelle, carissimi collaboratori e collaboratrici della Curia diocesana,
riprendo le prime parole del profeta Isaia: Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro. Sono riferite al Servo di Jahvé e quindi profeticamente a Cristo. Ma sono anche riferibili alla missione che Cristo ha affidato alla Chiesa e quindi a noi.
Prepararci alla Pasqua qui, a Monte Berico, è una grazia perché il Risorto ci raduna in un luogo che porta nel cuore la memoria viva di Maria e della fede del nostro popolo. La Pasqua è la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte; è la certezza che anche la Chiesa, quando si lascia raggiungere dal Risorto, può ritrovare slancio, speranza, coraggio, conversione.
E oggi, in questa celebrazione, vi invito a guardare a Maria. Lei ci aiuta a comprendere più in profondità la Chiesa e il suo essere una Chiesa sinodale.
Nel suo intervento al Congresso Mariologico Mariano Internazionale, mons. Ivo Muser ha affermato che Monte Berico richiama simbolicamente “una Chiesa che non si muove per iniziativa propria, ma che si lascia guidare dallo Spirito attraverso processi di ascolto, discernimento e corresponsabilità”. Una parola pertinente anche per noi e per il nostro servizio quotidiano in Curia.
Vale la pena ricordarci che la Curia non è anzitutto un insieme di uffici o una macchina organizzativa. Non è il luogo dove si amministrano semplicemente pratiche, scadenze e procedure. La Curia diocesana, se vuole essere davvero ecclesiale, è uno strumento di comunione, di ascolto, di discernimento, di servizio alla missione della Chiesa.
E qui Maria diventa maestra. Maria è la donna dell’ascolto. All’annunciazione non occupa la scena, non impone il proprio progetto, non pretende di capire tutto subito. Ascolta. Interroga. Accoglie. Discernere, nel Vangelo, non significa avere tutto chiaro in anticipo; significa fidarsi di Dio e camminare nella sua luce.
Per questo mons. Muser afferma che Maria “incarna uno stile ecclesiale preciso: ascolto, disponibilità, capacità di lasciarsi sorprendere”. E aggiunge: “Il suo fiat non è l’esecuzione di un piano, ma l’apertura a una novità che supera ogni previsione”.
Ecco la prima consegna per noi oggi: una Curia sinodale è una Curia che sa ascoltare. Ascoltare le famiglie, i giovani, gli anziani, i laici. Ascoltare i diaconi e i confratelli sacerdoti, i consacrati e le consacrate. Ascoltare le parrocchie. Ascoltare anche le fatiche, le attese, le ferite, perfino le critiche. Una Curia vive in modo sinodale quando ascolta davvero.
Maria poi è la donna del discernimento. Il Vangelo ci dice che custodiva e meditava nel cuore. Non reagisce in modo impulsivo; non vive di automatismi; non si lascia guidare dall’abitudine. Custodisce, confronta, attende, riconosce la voce di Dio dentro la realtà.
Anche questo per noi è decisivo. Il lavoro di Curia può correre un rischio: quello di diventare soltanto funzionale, tecnico, immediato. Invece il servizio ecclesiale chiede qualcosa di più: chiede sapienza spirituale, discernimento, capacità di non fermarsi alla pratica, ma di vedere la persona; di non fermarsi al problema, ma di cercare il bene possibile; di non fermarsi a ciò che si è sempre fatto, ma di domandarsi che cosa oggi lo Spirito chiede alla nostra Chiesa.
Il vescovo di Bolzano lo sttolinea con parole molto forti: “Maria è immagine di una Chiesa dallo stile sinodale perché medita e dialoga”. E ancora: “In questo Maria è maestra di discernimento ecclesiale, modello di una Chiesa che, a partire dall’ascolto, discerne la volontà di Dio e la mette in pratica”.
È così che Maria illumina anche il nostro modo di lavorare. Ci ricorda che nella Chiesa non basta essere efficienti, l’attenzione deve essere rivolta anche all’essere evangelici. Non basta far funzionare le cose è necessario servire la comunione. Non basta risolvere questioni, siamo chiamati ad accompagnare il popolo di Dio, con pazienza e con tanta attenzione alla relazione.
E ancora: Maria è la donna del cammino. Dopo l’annunciazione non resta ferma. Va da Elisabetta. Porta Cristo. Si mette in movimento. La vera esperienza di Dio non chiude mai, apre; mette in cammino; rende fecondi.
Riprendendo il Documento finale del Sinodo universale si può dire che in Maria vediamo “l’attenzione alla volontà di Dio, l’obbedienza alla Sua Parola, la capacità di cogliere il bisogno dei poveri, il coraggio di mettersi in cammino, l’amore che aiuta” (Muser).
Questo vale anche per noi. Una Curia sinodale non è una Curia seduta. È una Curia che si sente in cammino con l’intera Diocesi. Una Curia che non si percepisce separata dal popolo di Dio, ma dentro il popolo di Dio; non si pone sopra la vita delle comunità, ma accanto ad esse, per sostenerle, orientarle, incoraggiarle.
E qui arriva una parola particolarmente incisiva di mons. Muser, che può diventare anche per noi un piccolo programma spirituale. Egli scrive: “Il nostro fiat ecclesiale consiste forse proprio in questo: accettare di diventare “altri”, perché Cristo possa continuare a incarnarsi nella storia della Chiesa e del mondo”.
Accettare di diventare “altri”. È una parola pasquale. Perché la Pasqua è proprio questo: non restare quelli di prima. Lasciare che il Risorto ci trasformi. Lasciare che cambi il nostro cuore, il nostro stile, il nostro modo di stare insieme, il nostro modo di esercitare l’autorità, il nostro modo di collaborare.
Per noi della Curia questo significa, molto concretamente, passare dal semplice adempimento alla corresponsabilità; dalla frammentazione alla comunione; dalla logica del “mio settore” alla logica della missione comune; dal rischio dell’autoreferenzialità alla gioia del servizio.
Sempre mons. Muser osserva che il fiat di Maria, assunto come categoria ecclesiale, significa riconoscere che “lo Spirito precede sempre le nostre strutture e le nostre idee”.
Anche questo ci fa bene. Perché a volte noi pensiamo che il rinnovamento della Chiesa dipenda solo da nuovi metodi, nuovi organigrammi, nuove procedure. Certo, anche gli strumenti contano. Ma la radice non è lì. La radice è spirituale. La riforma vera nasce quando una comunità si lascia nuovamente guidare dallo Spirito.
E allora la domanda per noi oggi non è soltanto: come lavoriamo? La domanda più profonda è: con quale spirito lavoriamo? Con quale stile ci incontriamo? Con quale libertà interiore ascoltiamo? Con quale disponibilità ci lasciamo convertire alla novità dello Spirito?
La Pasqua ci annuncia che il Signore è vivo. E se è vivo, allora non smette di parlare alla sua Chiesa e di aprire strade nuove.
Maria ci insegna proprio questo: a non aver paura della novità di Dio.
Il Risorto ci renda uomini e donne di Pasqua. Maria, Madre della Chiesa e icona della Chiesa sinodale, ci accompagni verso suo Figlio. Amen.