Omelia per la Veglia di Pentecoste Mandato ai laici dei gruppi ministeriali – Diocesi di Vicenza

Omelia per la Veglia di Pentecoste
Mandato ai laici dei gruppi ministeriali – Diocesi di Vicenza

Cari fratelli e sorelle,

care aggregazioni laicali della nostra Chiesa di Vicenza,

carissimi diciotto laici che questa sera riceverete il mandato per il servizio nei gruppi ministeriali di alcune parrocchie e unità pastorali,

questa Veglia di Pentecoste ci raduna in un momento bello e serio. Bello, perché lo Spirito Santo continua a visitare la sua Chiesa e a far nascere doni, carismi, disponibilità, ministeri. Serio, perché ogni mandato nella Chiesa non è mai un incarico “privato”, né una semplice organizzazione di attività: è una chiamata a servire la comunione, a custodire il Vangelo, a rendere visibile che il Risorto è vivo in mezzo a noi.

Il Vangelo ci ha detto: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore…, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi».

Vorrei partire proprio da qui: «mentre le porte erano chiuse».

Le porte sono chiuse per paura. I discepoli sono ripiegati, prudenti, forse anche delusi. Hanno visto fallire le loro attese. Hanno paura del mondo, ma forse hanno paura anche di sé stessi: della propria fragilità, del proprio tradimento, della propria incapacità di restare fedeli.

Eppure Gesù viene. Non aspetta che siano perfetti. Non aspetta che abbiano capito tutto. Non aspetta che aprano loro la porta. Viene Lui. Sta in mezzo. E dice: “Pace a voi”.

Questa è la Pentecoste cristiana: non il trionfo di una comunità forte, ma la visita del Risorto a una comunità impaurita. Non il premio per chi è già capace, ma il dono dello Spirito a chi si lascia raggiungere. Anche questa sera il Signore entra nelle nostre porte chiuse: nelle paure delle nostre comunità, nelle fatiche delle unità pastorali, nelle stanchezze di tanti operatori pastorali, nelle incertezze davanti al futuro.

E dice ancora: Pace a voi.

Non una pace superficiale, non la pace di chi evita i problemi, non la pace di chi chiude gli occhi davanti alle tensioni. È la pace del Crocifisso risorto: una pace che nasce dalle ferite trasfigurate, una pace che abilita alla missione. Infatti subito dopo Gesù dice: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Carissimi diciotto laici, anche il vostro mandato nasce qui: non anzitutto da una competenza, non da un bisogno organizzativo, non dalla scarsità di preti, ma dal Signore che viene, dona pace, soffia lo Spirito e manda.

La prima lettura ci ha messo davanti Babele. Gli uomini dicono: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo». Babele è il sogno di un potere senza limite. È la pretesa di costruire una grandezza che non abbia più bisogno di Dio, e forse neppure dei fratelli. Tutti devono parlare una sola lingua, tutti devono essere dentro un unico progetto, tutti devono servire la stessa ambizione.

Non è difficile riconoscere qualcosa di Babele anche nel nostro mondo. Quando il potere vuole farsi assoluto. Quando la tecnica pensa di bastare a sé stessa. Quando l’economia dimentica i volti. Quando la politica diventa dominio. Quando perfino nella Chiesa si rischia di trasformare il servizio in controllo, il carisma in possesso, la responsabilità in prestigio.

Ma la Parola di Dio non condanna il potere in quanto tale. Ci dice piuttosto che il potere dell’uomo è buono solo quando riconosce un limite: il limite posto dai fratelli e dalle sorelle, e il limite santo della presenza di Dio. Il limite non è una mortificazione: è ciò che ci salva dal diventare padroni. È ciò che trasforma il potere in servizio.

Papa Leone, incontrando i moderatori delle aggregazioni laicali, ha ricordato che nella Chiesa il governo «non è mai solo tecnico», ma ha un orientamento salvifico, cioè deve tendere al bene spirituale dei fedeli; e ha aggiunto che il governo non può essere sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere. Ha indicato anche alcune vie concrete: ascolto reciproco, corresponsabilità, trasparenza, vicinanza fraterna, discernimento comunitario.

Queste parole sono molto adatte a questa sera. Voi non ricevete un potere sopra gli altri, ma un servizio con gli altri e per gli altri. Non siete mandati a occupare spazi, ma ad aprire cammini. Non siete chiamati a sostituire qualcuno, ma a far crescere la responsabilità battesimale di tutti.

San Paolo, nella lettera ai Romani, ci ha detto: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando il vostro modo di pensare».

È una parola decisiva. La Chiesa non si rinnova solo cambiando le strutture, né moltiplicando riunioni, né distribuendo incarichi. Si rinnova quando uomini e donne si lasciano convertire il pensiero dallo Spirito. Perché si può fare pastorale con mentalità mondana. Si può servire cercando visibilità. Si può collaborare ma restare chiusi nel proprio gruppo. Si può parlare di comunione e coltivare appartenenze rigide. Si può invocare lo Spirito e poi resistere a ogni novità che lo Spirito suscita.

Per questo Paolo aggiunge: ciascuno non si valuti più di quanto conviene, ma con sobrietà. E poi parla della varietà dei doni: profezia, servizio, insegnamento, esortazione, condivisione, presidenza, misericordia. Nessun dono basta da solo. Nessun carisma esaurisce la Chiesa. Nessun gruppo, nessuna associazione, nessun movimento può dire: “La Chiesa siamo noi”.

Anche qui risuonano forti le parole di Papa Leone: le associazioni e i movimenti sono un dono inestimabile, ma chi esercita un servizio nella Chiesa deve avere una particolare sensibilità per la comunione; deve ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando il bene superiore della comunione. E ha ricordato con chiarezza che i movimenti devono vivere in comunione con tutta la Chiesa, anche a livello diocesano, riconoscendo nel Vescovo una figura di riferimento importante.

Questa sera, allora, le aggregazioni laicali della diocesi sono qui non come isole, ma come membra di un unico corpo. La Pentecoste non cancella i carismi, li accorda. Non spegne le differenze, le mette in comunione. Non appiattisce tutti, ma fa sì che ciascuno possa dire le grandi opere di Dio nella propria lingua.

Negli Atti degli Apostoli abbiamo ascoltato: «Cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi».

A Babele la lingua unica diventa strumento di dominio e finisce nella confusione. A Pentecoste le lingue diverse diventano luogo di incontro e generano comunione. Lo Spirito non elimina le differenze: le rende capaci di relazione. Non chiede a tutti di diventare uguali: permette a ciascuno di riconoscere nell’altro un dono.

Questa è una parola preziosa per le nostre parrocchie e per le nostre unità pastorali. A volte le differenze ci spaventano: differenze tra generazioni, sensibilità liturgiche, storie parrocchiali, appartenenze associative, modi di intendere la missione. La tentazione è duplice: o chiuderci nel nostro piccolo recinto, oppure pretendere che tutti parlino la nostra lingua.

Pentecoste ci apre un’altra strada: imparare la lingua dell’altro senza perdere la propria. Riconoscere che lo Spirito parla anche attraverso chi non viene dal mio gruppo, non ha la mia storia, non usa le mie parole, non vede tutto come lo vedo io. Le differenze non sono necessariamente un problema da risolvere; spesso sono un dono da discernere.

Carissimi laici che ricevete il mandato, questo sarà uno dei vostri compiti più delicati: aiutare le comunità a non vivere le differenze come minaccia, ma come occasione di comunione. Nei gruppi ministeriali sarete chiamati a tessere legami, ad ascoltare, a mediare, a favorire corresponsabilità, a custodire l’unità senza soffocare la ricchezza dei doni.

Non sarà sempre facile. A volte incontrerete porte chiuse: diffidenze, abitudini, stanchezze, nostalgie, conflitti. A volte scoprirete porte chiuse anche dentro di voi. Ma il Vangelo di questa sera vi consegna una certezza: il Risorto entra proprio lì. E non entra accusando. Entra dicendo: Pace a voi.

Ricevere il mandato significa lasciarsi mandare da questa pace. Non da una pace debole, ma da una pace pasquale. Non dalla voglia di fare tutto, ma dalla disponibilità a servire ciò che lo Spirito sta già facendo. Non dalla paura che la Chiesa diminuisca, ma dalla fiducia che il Signore continua a generarla.

Allora chiediamo questa sera lo Spirito Santo.

Vieni, Spirito Santo, nelle nostre porte chiuse.

Vieni nelle nostre comunità quando assomigliano a Babele.

Vieni quando confondiamo il servizio con il potere.

Vieni quando le differenze diventano sospetto.

Vieni quando ci conformiamo alla mentalità di questo mondo.

Vieni e rinnova il nostro modo di pensare.

Vieni e rendici un solo corpo, con molte membra e molti doni.

Vieni e fa’ dei nostri laici, delle nostre aggregazioni, delle nostre parrocchie e unità pastorali un segno umile e credibile della comunione del Vangelo.

E a voi, carissimi diciotto fratelli e sorelle, la Chiesa questa sera dice grazie. Ricevete il mandato non come un peso da portare da soli, ma come un dono da vivere nella comunione. Camminate con mitezza, con coraggio, con libertà interiore. Non cercate il prestigio, cercate il bene. Non trattenete per voi, fate crescere altri. Non chiudete porte, aiutate ad aprirle.

Perché il Signore risorto sta in mezzo a noi e continua a dire alla sua Chiesa: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo.

+ vescovo Giuliano